Mi chiamo Enzo Martinelli, ho settantotto anni e vivo in un borgo della campagna umbra, a mezz’ora da Orvieto. Per quarant’anni ho insegnato letteratura italiana al liceo classico, e ogni mattina, prima di entrare in aula, mi fermavo al bar della piazza a bere un caffè con mia moglie Chiara. Poi Chiara si è ammalata. Un linfoma, scoperto tardi. In otto mesi me l’ha portata via, e il silenzio che ha lasciato in casa era così denso che certe sere dovevo uscire in giardino solo per sentire un rumore qualsiasi. Il canto di un grillo, il vento tra gli ulivi, qualcosa che mi ricordasse che ero ancora vivo.
Ho tre figli. Il più piccolo, Riccardo, è un commercialista che a trentacinque anni fatturava già più di quanto io abbia guadagnato in una vita. Ambizioso, sveglio, con quella fretta perenne negli occhi che io non ho mai capito fino in fondo. Quando si è trasferito a Roma per lo studio, gli ho venduto l’argenteria di famiglia e una vecchia Spider degli anni Settanta che tenevo in garage. Non me ne sono mai pentito: era mio figlio, e i figli si aiutano. Poi lui si è sposato, ha avuto un bambino, Tommaso — mio nipote — e a poco a poco le telefonate si sono diradate. Prima una alla settimana, poi una al mese, poi gli auguri di Natale su WhatsApp. E io restavo lì, in quella casa di pietra con le travi a vista, a fissare la pendola della cucina come se segnasse un tempo che non mi apparteneva più.
A metà ottobre, dopo sei mesi di silenzio quasi totale, Riccardo si è presentato inaspettatamente. Parcheggia il suo macchinone nero nel vialetto, scende, si guarda attorno come fosse in un albergo e dice: «Papà, dobbiamo parlare». Non mi guardava negli occhi. Parlava alla mia spalla sinistra.
«Ho trovato una residenza per anziani magnifica, a Montepulciano. Posto privato, elegante, con giardino, assistenza ventiquattr’ore su ventiquattro. Là starai bene, avrai compagnia, personale qualificato. Qui da solo… insomma, non è più sicuro».
Non ho protestato. In fondo cosa potevo dire? Avevo settantotto anni, le ginocchia malandate e una solitudine che mi mangiava lo stomaco. Ho annuito in silenzio. Riccardo mi ha preso la borsa, l’ha caricata in auto senza nemmeno chiedermi cosa volessi portare. Il mattino dopo siamo partiti alle sette.
La residenza era davvero bella, su una collina che guardava la Val d’Orcia come un terrazzo sospeso. Cipressi, vialetti di ghiaia, un roseto curatissimo, una palazzina color ocra restaurata da poco. Riccardo mi fece firmare dei moduli. Li scorsi appena: erano i documenti d’ammissione della residenza. Lui non li lesse. Prese la penna, firmò in fretta, come sempre, perché aveva una telefonata in arrivo. Poi mi diede due colpetti sulla spalla — quei colpetti che si danno ai bambini quando li si lascia al campo estivo — e risalì in auto. L’ho guardato allontanarsi, il rumore del motore che si perdeva giù per la strada bianca, e mi sono seduto su una panchina di pietra sotto un glicine. I fiori viola cadevano lentamente, uno dopo l’altro, come gocce.
E all’improvviso mi è tornato in mente tutto.
Quel posto lo conoscevo. Anzi, era nostro. Mio e di Chiara.
Venticinque anni prima, quando ancora insegnavo e lei faceva l’architetta, avevamo investito tutti i risparmi e una piccola eredità di suo zio in un progetto: una residenza di charme per anziani, immersa nella campagna toscana. L’avevamo comprata che era un rudere, due piani di muri sbrecciati e un tetto mezzo crollato. Poi, mattone dopo mattone, l’avevamo tirata su. Chiara aveva disegnato ogni dettaglio: le finestre ampie per la luce del pomeriggio, il camino nella sala comune, le stanze con i soffitti alti per non far sentire nessuno in gabbia. L’avevamo intestata a una piccola società di famiglia, la «Val d’Orcia Immobiliare», di cui ero socio unico. Così il nome Martinelli non compariva da nessuna parte. «Mettila al sicuro», aveva detto lei con quel mezzo sorriso che prendeva quando faceva sul serio. «Se un giorno i figli si dimenticano di noi… avremo un posto dove andare e qualcuno che si prende cura di noi senza chiedere il permesso a nessuno».
Ecco. Quel giorno era arrivato.
Mi sono alzato, le gambe un po’ tremanti ma la schiena dritta, e sono entrato nell’edificio amministrativo. Ho chiesto di parlare con la direttrice. Una donna energica e intelligente mi ha ricevuto nel suo ufficio. Le ho detto: «Mi chiamo Enzo Martinelli. Questa residenza è mia. L’ho costruita io, con mia moglie». Ha controllato i documenti societari, ha sgranato gli occhi e ha capito al volo. Forse lo vedeva spesso, quel genere di storie. «Vuole che proibisca l’accesso a suo figlio?» mi ha chiesto. Ho scosso la testa. Un calore amaro mi saliva dal petto. «No. Non ancora. Ma prendo io il comando».
Quella sera ho riunito tutto il personale nella sala camino. Ho raccontato loro chi ero — non un nuovo ospite, ma il proprietario. E il nuovo direttore onorario. Mi sono presentato come Enzo, semplicemente Enzo, e ho detto che da quel momento la residenza l’avrei gestita io, fianco a fianco con loro. La direttrice ha accettato senza battere ciglio. Forse sapeva che prima o poi il padrone di casa si sarebbe fatto vivo.
Le prime settimane sono state un turbine. Ho organizzato laboratori di scrittura — io, che per quarant’anni avevo corretto temi di italiano, tornavo a insegnare a settantotto anni. Poi cineforum il martedì sera, tornei di briscola il giovedì, lezioni di storia dell’arte la domenica mattina. La residenza si è riempita di vita. Gli ospiti, che prima passavano le giornate a fissare la televisione, hanno cominciato a parlare, a scherzare, a litigare per un film o per una partita a carte. Mi chiamavano «il professore». Qualcuno diceva che questa non era più una casa di riposo, ma un piccolo albergo per anime stanche.
E poi un giorno è arrivato Tommaso. Mio nipote. Aveva preso il treno da solo, da Roma a Chiusi, e poi un autobus fino a Montepulciano. Otto anni, uno zainetto blu e due occhiali tondi che gli scivolavano sul naso.
«Nonno, mi manchi tanto. Papà è strano, dice che non possiamo vederti. Perché?».
Non ho saputo rispondere. L’ho stretto forte, così forte che per un attimo ho avuto paura di fargli male. Poi l’ho portato a vedere il roseto, gli ulivi, il panorama sulla valle. Gli ho insegnato a giocare a scacchi. È rimasto tutto il pomeriggio. Quando è ripartito, mi ha lasciato un disegno: due figure stilizzate sotto un glicine, con la scritta «nonno e Tommy». L’ho appeso nell’ufficio di direzione, proprio sopra la scrivania.
Passano i mesi. Riccardo si rifà vivo. Una telefonata prima, poi un’altra, poi una mail. Vuole venire a trovarmi. A questo punto sa benissimo che la residenza è mia — qualcuno, forse la direttrice, gliel’ha fatto capire — ma non ha ancora messo bene a fuoco cosa significhi. Si presenta un sabato pomeriggio, parcheggia il solito macchinone, si avvicina all’ingresso. Trova la porta chiusa a chiave. Cioè, non chiusa davvero: c’è un citofono. Lui suona. Gli apre un inserviente.
«Vorrei vedere mio padre, Enzo Martinelli».
L’inserviente mi chiama all’interfono. Io rispondo dalla direzione: «Digli che l’accesso ai visitatori è regolamentato. Deve chiedere un appuntamento».
Riccardo aspetta dieci minuti, poi venti. Poi se ne va, scuotendo la testa.
Due giorni dopo mi chiama al telefono. «Papà, ma che stai facendo? Sei arrabbiato? Ti ho solo portato in un posto sicuro, non capisco…». Riattaccai senza dire altro. La cornetta restituì un ronzio piatto. In ufficio, il disegno di Tommy mi guardava dalla parete. Per anni avevo aspettato una telefonata, una visita, un briciolo di attenzione. Adesso aspettavo solo il mio prossimo caffè e la faccia di mio nipote alla fermata dell’autobus.
Dopo un’altra settimana gli ho spedito una lettera. Di carta, scritta a mano, con la mia penna stilografica blu e il francobollo incollato storto. Diceva così:
*Caro Riccardo,*
*ho ritrovato un posto che somiglia a casa. Insegno, rido, non aspetto più nulla. Quando avrai tempo senza fretta, qui c’è un caffè sempre caldo e una panchina sotto il glicine.*
*Tuo padre*
Sono passati sei mesi. Adesso tengo una lezione ogni venerdì sulla Divina Commedia, abbiamo un coro che si esibisce alle feste del paese e i nuovi ospiti quando arrivano chiedono: «È vero che qui c’è un direttore che insegna a scrivere poesie?».
Tommaso viene ogni due sabati, dorme nella stanza accanto alla mia e la mattina facciamo colazione insieme. Mangia la torta al testo con la nutella, ride con la bocca piena e mi racconta della scuola.
Riccardo no. Qualche sera lo cerco su Facebook, guardo le sue foto con i clienti, i convegni, i sorrisi tirati. Poi spengo lo schermo e mi infilo a letto. Non aspetto più niente.
Proprio ieri, passeggiando lungo il vialetto dei cipressi, mi sono fermato sotto il glicine. Era primavera, e i fiori cadevano piano, come quella prima mattina. Mi chinai a raccoglierne tre, me li misi nel taschino della giacca e tornai dentro. La stanza delle lezioni odorava di caffè e di carta vecchia. Appoggiai la Commedia sul leggio, aprii al XVII canto — Gerione, la bestia della frode — e presi il gesso.
