Quello che cercavano tutti

Chiara rientrò a casa quando erano quasi le dieci e mezza di sera. Appoggiò lo zaino accanto all’ingresso, si tolse le scarpe e andò dritta in cucina.

— Mamma, c’è qualcosa da mangiare? Ho una fame terribile.

Laura, che stava sistemando i piatti, si voltò con espressione severa.

— C’è la parmigiana. Siediti. E intanto mi spieghi dove sei stata fino a quest’ora.

— Con Martina e Sofia. Siamo rimaste a parlare in piazza.

Chiara si lasciò cadere sulla sedia e sospirò.

— Che succede? — chiese la madre, mettendole davanti il piatto. — Hai litigato con qualcuno?

— No.

— Allora è per un ragazzo.

Chiara abbassò gli occhi.

— Per soffrire per un ragazzo, prima dovrei trovarne uno che si accorga di me.

Laura sorrise appena.

— Hai diciassette anni. Hai tutto il tempo.

— Tra due mesi ne compio diciotto.

— Appunto. Non devi avere fretta. Finisci il corso da operatrice sociosanitaria, trova un lavoro e poi pensa all’amore.

— Mamma, parli come se avessi una fila di ragazzi sotto il balcone. Nella mia classe ce ne sono cinque. Due sono fidanzati, uno vive con le cuffie alle orecchie e gli altri due sembrano interessati soltanto al calcio.

— Il mondo non finisce nella tua classe.

In quel momento, dal muro accanto arrivò il rumore di un trapano.

Chiara alzò la testa.

— Qualcuno si è trasferito nell’appartamento della signora Mirella?

— Sì. Un ragazzo giovane.

— Chi è?

Laura strinse le labbra.

— Uno cresciuto in una comunità. Il Comune gli ha assegnato l’alloggio quando è uscito dal sistema di accoglienza.

— L’hai visto?

— Ieri sulle scale. Ha salutato a malapena.

— Forse è timido.

— Oppure nessuno gli ha insegnato l’educazione.

Chiara la guardò male.

— Non puoi giudicarlo senza conoscerlo.

— Io non giudico. Dico soltanto che non è il genere di uomo che una madre immagina accanto a sua figlia.

— Non so nemmeno come si chiama.

— Meglio così.

Laura lo disse con fermezza, ma dietro quella durezza c’era soprattutto paura.

Aveva cresciuto Chiara da sola. Il padre della ragazza era sparito poco prima della sua nascita, lasciando promesse, debiti e nessun indirizzo a cui scrivere.

Da allora Laura aveva lavorato in un’azienda alimentare alla periferia di Bologna. Aveva iniziato in magazzino, poi era diventata responsabile dei turni. Non guadagnava molto, ma non aveva mai saltato una bolletta e aveva sempre cercato di mettere qualcosa da parte.

Per Chiara desiderava una vita tranquilla.

Un uomo serio.

Un lavoro stabile.

Una famiglia rispettabile alle spalle.

Non cercava ricchezza. Cercava sicurezza.

E un ragazzo senza genitori, senza appoggi e con un piccolo appartamento comunale non corrispondeva a nessuna delle sue idee.

Qualche giorno dopo, il tubo sotto il lavello cominciò a perdere acqua.

— Mamma, qui sotto è tutto bagnato!

Laura aprì l’anta e mise una bacinella sotto la perdita.

— Ci mancava solo questa.

— Chiamiamo un idraulico.

— È sabato sera. Uno non risponde e l’altro vuole un supplemento assurdo.

L’acqua cadeva sempre più velocemente.

Chiara sorrise.

— Io so chi può aiutarci.

— Non pensarci neanche.

Ma lei era già uscita sul pianerottolo.

Prima di bussare alla porta accanto, si sistemò i capelli con le dita e fece un respiro profondo.

Aprì un ragazzo alto e magro. Indossava pantaloni da lavoro e una maglietta grigia macchiata di vernice. Aveva polvere bianca tra i capelli e un’espressione seria.

— Ciao.

— Ciao. Sono Chiara, la vicina.

— Andrea.

— Abbiamo una perdita sotto il lavello. Gli idraulici non vengono. Potresti dare un’occhiata?

Andrea non esitò.

— Certo. Prendo gli attrezzi.

Entrò nella loro cucina con una piccola cassetta. Laura lo aspettava con le braccia incrociate.

— Mamma, Andrea controllerà il tubo.

Lui si inginocchiò davanti al mobile.

— Mi servono uno straccio, una torcia e un secchio.

Laura glieli porse senza smettere di osservarlo.

Andrea smontò il sifone, pulì un accumulo di sporco, sostituì una guarnizione e rimise tutto a posto con movimenti precisi.

— Provi ad aprire l’acqua.

Laura girò il rubinetto.

Non cadde una sola goccia.

— Fatto.

— Quanto ti devo? — chiese.

— Niente.

— Il lavoro si paga.

— Questo non era lavoro. Era un aiuto tra vicini.

Si pulì le mani e si avviò verso la porta.

— Aspetta — disse Chiara. — Ti fermi a cena?

Andrea lanciò uno sguardo rapido a Laura.

— Grazie, ma devo finire una parete.

Quando uscì, Laura sbuffò.

— Troppo orgoglioso.

— Non è orgoglioso. Si sentiva a disagio perché lo guardavi come se volesse rubarci l’argenteria.

— Non ho l’argenteria.

— Hai capito cosa intendo.

Laura riaprì il rubinetto.

— Almeno sa usare le mani.

La mattina successiva preparò una teglia di focaccia.

Quando si fu raffreddata, ne tagliò alcuni pezzi e li mise in un contenitore.

— Portaglieli.

Chiara la guardò sorpresa.

— Davvero?

— Ci ha aiutato.

— Non pensavo ti piacesse.

— Ho detto che ci ha aiutato. Non che voglio adottarlo.

Chiara sorrise e bussò alla porta accanto.

Andrea aprì con le mani sporche di stucco.

— Scusa il disastro.

— Mia madre ti manda questa.

Lui guardò la focaccia e per la prima volta sorrise davvero.

— Entra. Ma non aspettarti un salotto da rivista.

L’appartamento era quasi vuoto.

C’era un materasso appoggiato a una parete, un tavolo vecchio, due sedie diverse e alcune scatole. Sul pavimento erano impilate tavole di laminato.

— Fai tutto da solo?

— Sì.

— Dove hai imparato?

Andrea mise l’acqua sul fuoco.

— In comunità. Quando qualcosa si rompeva, aiutavo il manutentore. Mi piaceva aggiustare le cose.

— Lavori?

— In un’officina meccanica. Faccio il tornitore. La sera frequento un corso tecnico.

— E riesci anche a ristrutturare casa?

— Non ho molta scelta.

Versò il caffè in due tazze spaiate.

— Lo zucchero è finito.

— Lo bevo amaro.

Si sedettero.

— Vivi da solo da molto?

— Da un anno.

— E prima?

— In una struttura per ragazzi usciti dalle comunità.

Chiara esitò.

— Hai una famiglia?

Andrea abbassò gli occhi.

— Non una che conosco davvero.

— Tuo padre?

— Mai visto.

— Tua madre?

— Mi ha lasciato quando avevo cinque anni.

— Hai provato a cercarla?

Andrea annuì lentamente.

— L’ho trovata due anni fa. Ha un marito e altri figli. Mi ha scritto che non voleva riaprire il passato.

Chiara sentì una stretta al petto.

— Mi dispiace.

— Non è colpa tua.

— Però fa male lo stesso.

Andrea la guardò.

— La cosa peggiore non è stata la sua risposta.

— E cosa?

— Aver sperato per tanti anni che un giorno sarebbe stata lei a cercare me.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Chiara allungò la mano e gli sfiorò le dita.

— Il fatto che non ti abbia cercato non significa che tu non meritassi di essere trovato.

Andrea rimase immobile.

Nessuno gli aveva mai detto una cosa simile.

Parlarono per quasi due ore.

Quando Chiara tornò a casa, Laura la aspettava in corridoio.

— Ci hai messo molto.

— Abbiamo parlato.

— Di cosa?

— Del lavoro, della scuola, della sua vita.

— Lavora davvero?

— Sì. E studia la sera.

Laura non aggiunse nulla.

Qualche giorno dopo, Andrea suonò alla loro porta.

— Ho quasi finito l’appartamento. Volevo mostrarlo a Chiara.

Laura comparve alle spalle della figlia.

— Vengo anch’io.

Il piccolo alloggio era cambiato.

Le pareti erano chiare, il pavimento pulito e alle finestre c’erano tende semplici. Andrea aveva costruito una libreria con vecchie cassette e restaurato un tavolo trovato vicino ai bidoni.

Sul davanzale c’era una piantina verde.

— Me l’hanno regalata quando sono uscito dalla comunità — spiegò. — Mi dissero che se fossi riuscito a prendermi cura di lei, forse avrei imparato a prendermi cura anche di me.

Laura si avvicinò alla pianta.

— Sembra in salute.

— Ci provo.

Guardò il resto della stanza.

— Hai fatto un buon lavoro.

Gli occhi di Andrea si illuminarono.

— Mancano ancora molte cose.

— Le cose si comprano con il tempo. L’importante è avere un posto in cui tornare.

Laura si sorprese per la dolcezza della propria voce.

Alla fine propose di festeggiare.

Portò un arrosto con patate, Chiara preparò l’insalata e Andrea andò a comprare pane e bibite.

A tavola, all’inizio, regnò un certo imbarazzo. Poi iniziarono a parlare.

Laura scoprì che Andrea aiutava un ragazzo più giovane, appena uscito dalla stessa comunità.

— Perché ti occupi di lui? — chiese.

Andrea alzò le spalle.

— Perché so cosa significa uscire con uno zaino e accorgersi che nessuno si domanda dove andrai a dormire.

Quella risposta rimase a lungo nella mente di Laura.

Con il passare dei mesi, Andrea diventò parte della loro quotidianità.

Riparava una tapparella, portava su le buste della spesa e aspettava Chiara alla fermata quando finiva tardi il tirocinio. Lei gli portava la cena, lo aiutava con l’inglese e gli faceva domande sugli argomenti degli esami.

Laura vedeva il modo in cui si guardavano.

E più diventava evidente, più la paura tornava a stringerle lo stomaco.

Una sera notò un mazzo di fiori di campo sul tavolo.

— Da dove vengono?

Chiara sorrise.

— Da Andrea.

— Cosa c’è tra voi?

— Stiamo insieme.

Laura si irrigidì.

— Da quanto?

— Qualche settimana.

— E perché non me l’hai detto?

— Perché sapevo che avresti reagito così.

— Così come?

— Come se lui fosse un problema.

— Io voglio proteggerti.

— Da cosa? Da una persona che lavora, studia e mi tratta bene?

— Non basta.

— Cosa dovrebbe avere, allora?

— Una famiglia. Una sicurezza. Qualcuno su cui contare.

Chiara si alzò.

— Andrea ha imparato a contare solo su se stesso.

— Ed è proprio questo il punto. Non ha nessuno.

— Non è colpa sua.

— No. Ma resta un fatto.

— Anche il fatto che papà avesse una famiglia non gli ha impedito di lasciarci.

Laura impallidì.

— Non osare fare questo paragone.

— Non li sto paragonando. Sto dicendo che stai punendo Andrea per ciò che ha fatto un altro uomo.

La discussione finì con una porta sbattuta.

Quando Andrea seppe cos’era successo, decise di allontanarsi.

— Non voglio metterti contro tua madre — disse a Chiara davanti al portone.

— Non sei tu a farlo.

— Lei è la tua famiglia.

— Anche tu sei importante.

Andrea abbassò lo sguardo.

— Io ho passato la vita a cercare una famiglia. Non voglio essere il motivo per cui tu perdi la tua.

Per alcuni giorni non si fece vedere.

Chiara mangiava poco, parlava ancora meno e di notte piangeva in silenzio. Laura la sentì dalla stanza accanto e capì che, nel tentativo di proteggerla, le stava spezzando il cuore.

La mattina seguente bussò alla porta di Andrea.

— Posso entrare?

Lui la fece passare.

Si sedettero in cucina.

— Sono stata ingiusta — disse Laura.

Andrea rimase in silenzio.

— Quando avevo la tua età, ho creduto a un uomo che mi prometteva una famiglia. È sparito prima che nascesse Chiara. Da allora penso che, se controllo tutto, potrò evitare che lei soffra.

— Non può proteggerla da ogni dolore.

— Lo so.

— E io non sono suo padre.

Laura annuì.

— Questo ora lo vedo.

— Non posso cambiare da dove vengo.

— Ma posso vedere dove stai andando.

Andrea strinse le mani.

— Non le farei mai del male di proposito.

— Nessuno può promettere di non ferire mai qualcuno. Ma puoi promettere di non sparire.

Lui sollevò lo sguardo.

— Io so bene cosa significa essere abbandonati. Non lo farei mai a lei.

Da quel giorno, qualcosa cambiò tra loro.

La vera prova arrivò alcuni mesi dopo.

L’azienda in cui Laura lavorava da quasi trent’anni chiuse un intero reparto. Da un giorno all’altro, si ritrovò senza impiego.

Tornò a casa con una busta nella borsa e si chiuse in bagno.

Chiara era al tirocinio. Andrea sentì i singhiozzi e bussò.

— Signora Laura, sta bene?

Lei tentò di mostrarsi forte, ma alla fine gli raccontò tutto.

— Ho cinquantadue anni. Chi mi assumerà adesso? Tutti vogliono persone giovani, programmi nuovi, lingue straniere.

Andrea si sedette di fronte a lei.

— Nella mia azienda cercano una persona per la gestione dei materiali e dei turni. Lei ha esperienza.

— Non mi prenderanno perché mi raccomanda un ragazzo di vent’anni.

— Non la prenderanno per me. La prenderanno perché sa fare il suo lavoro.

La aiutò a rifare il curriculum, le insegnò il software usato in azienda e ogni sera simulava con lei il colloquio.

Laura ottenne il posto.

Quando ricevette la chiamata, attraversò il pianerottolo e abbracciò Andrea senza dire nulla.

— Grazie, figlio mio.

Le parole uscirono spontaneamente.

Andrea si bloccò.

Poi chiuse gli occhi e la strinse forte.

Laura capì allora quanto a lungo avesse aspettato di sentirsi chiamare così.

La prova più dura, però, doveva ancora arrivare.

Un pomeriggio Chiara stava tornando dal tirocinio quando un’auto passò con il semaforo rosso e la investì sulle strisce.

Andrea era indicato come contatto d’emergenza e arrivò in ospedale prima di Laura.

Chiara era incosciente e doveva essere operata subito.

Laura crollò su una sedia.

— Dovevo andare a prenderla.

— Non poteva saperlo.

— Se non sopravvive, non me lo perdonerò mai.

Andrea si inginocchiò davanti a lei.

— Sopravvivrà.

— Come fai a saperlo?

— Non lo so. Ma so che noi saremo qui ad aspettarla.

L’operazione durò sei ore.

Andrea non lasciò mai il corridoio. Portò acqua a Laura, parlò con i medici e le tenne la mano ogni volta che si apriva la porta della sala operatoria.

Chiara sopravvisse.

Aveva però diverse fratture e una grave lesione all’anca. I medici dissero che forse non avrebbe più camminato come prima.

La riabilitazione durò mesi.

Andrea era con lei ogni giorno.

La aiutava ad alzarsi, la accompagnava agli esercizi, le portava gli appunti e le insegnava a non odiare il proprio corpo.

Una sera Chiara scoppiò a piangere.

— Non voglio che tu rovini la tua vita per me.

Andrea si sedette accanto al letto.

— Io non sto rovinando niente.

— Forse zoppicherò per sempre.

— Allora camminerò più piano.

— Potresti avere una vita normale con un’altra persona.

Andrea le prese le mani.

— Io non ho mai sognato una donna perfetta. Ho sognato di tornare a casa e trovare qualcuno felice di vedermi.

Chiara lo guardò tra le lacrime.

— E se non fossi più quella di prima?

— Allora imparerò ad amarti in un modo nuovo. Ma sarai sempre tu.

Laura ascoltava da dietro la porta.

In quel momento capì che per anni aveva cercato per sua figlia un uomo con soldi, famiglia e certezze.

La vera certezza, invece, era qualcuno capace di restare quando tutto si spezzava.

Due anni dopo, Chiara terminò gli studi. Camminava con una lieve zoppia, ma aveva ritrovato la sua indipendenza. Andrea ottenne il diploma tecnico e divenne responsabile di reparto.

Si sposarono nel piccolo cortile del condominio.

I vicini portarono dolci, gli amici sistemarono i tavoli e Laura cucinò per tutti. Dai balconi pendevano fili di lampadine e sui tavoli c’erano fiori di campo raccolti quella stessa mattina.

Prima della cerimonia, Laura prese Andrea da parte.

— Ricordi la prima volta che sei entrato nella nostra cucina per riparare il lavello?

— Sì.

— Ho pensato che non fossi abbastanza per Chiara.

Andrea sorrise con tristezza.

— Me n’ero accorto.

Laura gli sistemò il colletto.

— Mi sbagliavo.

Si fermò per trattenere le lacrime.

— Non eri l’uomo che avevo immaginato per lei.

Lo guardò negli occhi.

— Eri molto di più.

Qualche anno dopo, Laura sedeva nel salotto di quell’appartamento che un tempo era quasi vuoto.

Sul pavimento giocava una bambina.

Chiara preparava la cena e Andrea rientrò dal lavoro con la solita borsa sulle spalle.

La piccola gli corse incontro.

— Papà!

Lui la sollevò tra le braccia e la fece ridere.

Laura guardò il tavolo restaurato, la vecchia libreria, le fotografie appese alle pareti e la pianta ormai cresciuta sul davanzale.

Chiara cercava l’amore.

Andrea sognava una famiglia.

Laura voleva sicurezza per sua figlia.

Per molto tempo non avevano capito che stavano cercando la stessa cosa.

Una casa in cui nessuno dovesse avere paura di essere lasciato.

Perché la felicità non arriva sempre vestita bene, con un cognome importante o un conto in banca.

A volte vive nell’appartamento accanto, ha le mani sporche di stucco, gli occhi stanchi e un passato pieno di porte chiuse.

E quando finalmente entra nella nostra vita, non promette di aggiustare tutto.

Prende semplicemente gli attrezzi, si inginocchia accanto a ciò che si è rotto e decide di restare finché non smette di perdere.

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Uniad
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