Quando si ammalò mio marito, la sua famiglia mi telefonava di continuo per sapere se lo stessi curando bene. Quando fui io a finire a letto con quasi quaranta di febbre, lui preparò il thermos e andò a pescare.

Quando si ammalò mio marito, la sua famiglia mi telefonava di continuo per sapere se lo stessi curando bene. Quando fui io a finire a letto con quasi quaranta di febbre, lui preparò il thermos e andò a pescare.

Il termometro elettronico emise tre brevi segnali.

Elena lo sfilò lentamente da sotto il braccio e provò a mettere a fuoco il piccolo schermo. Le lacrimavano gli occhi, la testa le pulsava e perfino tenere sollevata la mano le sembrava una fatica enorme.

39,2.

Lasciò ricadere il braccio sul materasso e tirò il piumone fino al mento.

Aveva freddo.

Un freddo violento, profondo, che le faceva battere i denti, anche se sentiva la pelle bruciare. Ogni muscolo le doleva e la gola era così secca che deglutire sembrava ingoiare vetro.

Restò immobile nella penombra della camera da letto del loro appartamento alla periferia di Bologna.

Poi, senza volerlo, tornò con la memoria a sei mesi prima.

Allora ad ammalarsi era stato suo marito, Matteo.

Il termometro segnava 37,4.

Eppure in casa era scattata un’emergenza degna di un reparto di terapia intensiva.

— Elena… vieni un attimo — l’aveva chiamata lui dalla camera con una voce debole e drammatica.

Lei aveva lasciato il sugo sul fuoco ed era corsa da lui.

Matteo, trentacinque anni, robusto, amante della palestra e capace di trascinare da solo casse di vino durante le feste di famiglia, era disteso sul letto con un braccio sopra gli occhi.

— Che succede?

Lui le aveva allungato il termometro senza parlare.

— Trentasette e quattro — aveva letto Elena. — Ti sta venendo un po’ di febbre.

— Un po’? Mi sento distrutto. Ho dolori ovunque.

— Ti preparo una tisana.

— Una tisana non basta. Mi serve qualcosa di caldo da mangiare. Magari il brodo, ma fatto bene. Quello pronto mi fa venire mal di stomaco.

Elena non aveva discusso.

Gli aveva preparato il brodo.

Era uscita sotto la pioggia per comprare le pastiglie per la gola della marca che preferiva.

Gli aveva portato acqua, fazzoletti, medicine e un asciugamano fresco per la fronte.

Aveva perfino avvisato il suo responsabile che il giorno dopo avrebbe lavorato da casa.

Il problema più grande, però, non era stato Matteo.

Era stata sua madre.

La signora Carla aveva cominciato a telefonare ogni due ore.

— Elena, gli hai misurato di nuovo la temperatura?

— Sì.

— Gli hai fatto bere una spremuta?

— Sì.

— Non lasciarlo solo. Da bambino gli veniva subito la bronchite.

Poi aveva chiamato la sorella di Matteo.

— Controlla che mangi qualcosa. Quando sta male si trascura.

Elena aveva annuito, rassicurato, spiegato e obbedito.

Per tre giorni aveva curato il marito come se fosse realmente in pericolo.

Matteo, una volta guarito, aveva raccontato agli amici di essere stato “steso da un virus tremendo”.

Lei aveva sorriso.

Adesso, con la febbre sopra i trentanove, quel ricordo non faceva più sorridere.

Faceva male.


Quel venerdì Elena era andata al lavoro nonostante un leggero mal di gola.

Lavorava nell’amministrazione di una piccola azienda e a fine mese le scadenze non aspettavano nessuno. Aveva resistito fino al pomeriggio, anche quando aveva cominciato a tremare.

Il viaggio di ritorno sull’autobus era stato una tortura.

Le voci degli altri passeggeri le rimbombavano nella testa. Le luci della strada le ferivano gli occhi. Quando era scesa alla sua fermata, le gambe sembravano non appartenerle più.

Era entrata in casa, aveva lasciato la borsa per terra e si era sdraiata senza neppure togliersi i vestiti.

Si svegliò al rumore della porta d’ingresso.

Matteo era tornato.

Sentì le chiavi cadere sul mobile dell’ingresso, poi il frigorifero aprirsi e chiudersi.

Dopo qualche istante, la sua voce arrivò dalla cucina.

— Elena, cosa c’è da mangiare?

Lei provò a rispondere, ma le uscì appena un suono.

Poco dopo la porta della camera si spalancò. La luce del corridoio invase la stanza.

— Ma stai dormendo? — domandò Matteo, infastidito. — È venerdì sera.

Elena socchiuse gli occhi.

— Sto male.

— Cosa hai?

— Più di trentanove di febbre.

Lui rimase sulla soglia.

Non si avvicinò.

Non le toccò la fronte.

Non le chiese da quanto tempo stesse così.

— Stamattina sembravi normale.

— È peggiorata nel pomeriggio. Mi porti un bicchiere d’acqua e il paracetamolo? È nell’armadietto della cucina.

Matteo sospirò.

Un sospiro lungo, seccato.

— Ma non potevi prendere qualcosa prima? Aspetti sempre di stare malissimo.

Elena lo guardò incredula.

— Non riesco quasi ad alzarmi.

— Va bene, dopo te lo porto.

Uscì.

Passarono dieci minuti.

Poi venti.

L’acqua non arrivò.

In compenso suonò il citofono.

Matteo aveva ordinato una pizza.

L’odore di salame piccante e formaggio riempì l’appartamento. Elena sentì lo stomaco ribellarsi. Dalla sala arrivavano il rumore della televisione e la voce di Matteo, che rideva davanti a un programma comico.

Più tardi entrò in camera, si svestì e si mise a letto.

— Matteo… l’acqua…

Lui aveva già chiuso gli occhi.

— Ormai sono a letto. In cucina c’è tutto.

— Ti prego.

— Elena, non sei una bambina.

Si girò dall’altra parte.

Dopo pochi minuti iniziò a russare.

Elena fissò il soffitto nel buio.

Ricordò le notti in cui si era alzata per controllare la temperatura di lui.

Ricordò il brodo.

La farmacia.

Le telefonate di sua suocera.

E capì che nel loro matrimonio la cura aveva una sola direzione.

Con estrema fatica si mise seduta. Attese che il pavimento smettesse di ondeggiare e raggiunse la cucina appoggiandosi ai mobili.

Bevve direttamente dal rubinetto.

Prese la compressa con le mani tremanti.

Mentre tornava a letto, pianse.

Non per la febbre.

Per l’umiliazione di aver dovuto supplicare suo marito per un bicchiere d’acqua.


La mattina seguente si svegliò prima dell’alba.

Dal corridoio arrivavano rumori di cerniere, ganci metallici e scatole spostate.

Matteo stava preparando l’attrezzatura da pesca.

Entrò in camera con pantaloni impermeabili, giacca imbottita e berretto di lana. In una mano aveva un thermos, nell’altra una borsa piena di esche.

Profumava di caffè appena fatto.

Caffè che aveva preparato solo per sé.

— Dove vai? — sussurrò Elena.

— Al lago. Con Luca e gli altri. Te l’avevo detto.

— Matteo, ho ancora la febbre. Mi fa male il petto e respiro male. Rimani qui, per favore.

Lui strinse le labbra.

— E cosa dovrei fare? Stare seduto accanto al letto tutto il giorno?

— Potresti chiamare la guardia medica. O accompagnarmi in pronto soccorso.

— Non esagerare. Sarà influenza.

— Non lo sai.

— Neanche tu.

Elena raccolse le poche forze rimaste.

— Quando avevi trentasette e quattro ho preso un giorno di permesso per curarti.

Matteo alzò gli occhi al cielo.

— Ancora con questa storia?

— Non è una storia. È successo.

— Io non ti avevo chiesto di prendere ferie.

— Mi avevi chiesto il brodo, le compresse, gli impacchi e di misurarti la febbre ogni ora.

— Perché io la febbre la sopporto male.

Elena lo fissò.

— E io, secondo te, la sto sopportando bene?

Lui non rispose subito. Sistemò la tracolla della borsa e guardò l’orologio.

— Ho parlato con mia madre. Dice che è meglio se esco, così non mi contagi. Lunedì ho una riunione importante e non posso permettermi di ammalarmi.

— Tua madre ti ha davvero consigliato di lasciare sola tua moglie con quasi quaranta di febbre?

— Non metterla così. Non sei in fin di vita.

— Non riesco a stare in piedi.

— Riposati. Se hai bisogno, chiamami.

— Al lago non c’è campo.

— Non sempre.

Arrivato alla porta, Matteo si voltò.

Per un istante Elena sperò che avesse cambiato idea.

Invece disse:

— E cerca di non agitarti. Ti alzi la febbre da sola.

Poi uscì.

La serratura scattò.

Elena rimase immobile, ascoltando il silenzio.


Verso le otto provò ad andare in bagno.

Fece pochi passi e le si oscurò la vista.

Si ritrovò seduta sul pavimento del corridoio, con la schiena contro il muro e il respiro corto.

Prese il telefono.

Chiamò Matteo.

Nessuna risposta.

Chiamò di nuovo.

Ancora niente.

Al terzo tentativo ricevette un messaggio.

“Sto salendo sulla barca. Ti richiamo dopo.”

Elena guardò a lungo quelle parole.

Poi chiamò sua cugina Francesca, che abitava dall’altra parte della città.

— Pronto? — rispose una voce assonnata.

— Franci… puoi venire?

Bastarono quelle tre parole.

— Elena, che succede?

— Non riesco a respirare bene.

— Dov’è Matteo?

Elena chiuse gli occhi.

— A pescare.

Francesca arrivò in poco più di mezz’ora.

Quando la vide accasciata nel corridoio, pallida e tremante, chiamò subito un’ambulanza.

Al pronto soccorso diagnosticarono a Elena una polmonite e una forte disidratazione.

Il medico controllò i risultati e scosse la testa.

— Ha fatto bene a venire. Aspettare ancora sarebbe stato rischioso.

— Non sono venuta da sola — disse Elena. — Mi ha portata mia cugina.

Il medico sollevò lo sguardo.

— Suo marito?

Elena voltò il viso verso la finestra.

— Non c’era.

Francesca le strinse la mano senza fare domande.


Matteo tornò nel tardo pomeriggio.

Era stanco ma soddisfatto. Aveva scattato fotografie al lago, comprato una bottiglia di vino sulla strada del ritorno e portava con sé due pesci avvolti in una busta.

— Elena, guarda cosa abbiamo preso! — gridò entrando.

Nessuna risposta.

La camera era vuota.

In corridoio trovò una tazza rovesciata.

Solo allora controllò il telefono e vide le chiamate perse di Francesca.

La richiamò.

— Dov’è Elena?

— In ospedale.

— Come in ospedale?

— Ha una polmonite. È quasi svenuta in casa.

— Ma stamattina parlava.

— Parlava anche quando ti ha chiesto di non andare.

— Io non sapevo che fosse così grave.

— Sapevi che aveva trentanove di febbre e che respirava male.

— Pensavo stesse esagerando.

Francesca rimase in silenzio per qualche secondo.

— Esatto, Matteo. Hai pensato che stesse esagerando perché era la spiegazione più comoda per te.

— Non fare la morale. È una questione tra me e mia moglie.

— Stamattina era una questione tra te e tua moglie. Poi tu sei andato a pescare ed è diventata una questione tra lei e chiunque fosse disposto ad aiutarla.

Matteo non seppe cosa rispondere.


La sera arrivò in ospedale con un mazzo di fiori, una borsa di frutta e una confezione d’acqua minerale.

Elena non volle vederlo.

Lui le scrisse:

“Ho sbagliato. Non avevo capito quanto stessi male. Appena torni a casa ne parliamo.”

Elena lesse il messaggio più volte.

Poi rispose:

“Te l’avevo detto chiaramente. Non è che non avevi capito. Hai scelto di non credermi.”

Nei giorni successivi Matteo continuò a chiamare.

Diceva che gli amici lo aspettavano.

Che la gita era organizzata da settimane.

Che sua madre gli aveva consigliato di uscire.

Che lui pensava davvero si trattasse di una semplice influenza.

Elena ascoltava quelle giustificazioni e notava una cosa.

In ogni frase la responsabilità era sempre altrove.

Negli amici.

Nella madre.

Nella mancata diagnosi.

Nella sfortuna.

Mai in lui.


Dopo sei giorni Elena tornò a casa.

Matteo aveva pulito tutto.

Sul fornello c’era una pentola di brodo. Sul comodino aveva sistemato medicine, fazzoletti e una bottiglia d’acqua.

— Ho preparato tutto — disse con un sorriso incerto. — Voglio rimediare.

Elena si tolse il cappotto e si sedette al tavolo.

— Adesso sai prenderti cura di me.

— Certo che lo so.

— Adesso lo fai perché hai paura che io vada via.

Matteo si irrigidì.

— Non puoi interpretare tutto nel modo peggiore.

— Io ti avevo chiesto un bicchiere d’acqua.

— Lo so.

— Non una settimana di assistenza. Non di rinunciare al lavoro. Un bicchiere d’acqua. Tu ti sei ordinato la pizza e sei andato a dormire.

— Ho sbagliato.

— La mattina dopo ti ho chiesto di restare perché respiravo male.

— Non immaginavo…

— Te l’ho detto.

Matteo abbassò lo sguardo.

— Cosa vuoi che faccia? Non posso cambiare quello che è successo.

— No. Ma io posso cambiare quello che succederà da ora in poi.

Lui la guardò con paura.

— Vuoi lasciarmi?

Elena rimase in silenzio.

Intorno a loro c’erano i mobili scelti insieme, le fotografie del matrimonio e i ricordi di nove anni condivisi.

Per molto tempo aveva creduto che restare significasse salvare la famiglia.

In ospedale aveva capito che stava soltanto salvando un’abitudine.

— Sì — disse infine. — Me ne vado.

— Per una giornata di pesca?

— Non per la pesca. Per il fatto che, quando non ti ero utile e avevo bisogno di te, sono diventata un fastidio.

— Non è vero.

— È la cosa più vera che abbia mai visto.


La separazione fu dolorosa.

La madre di Matteo telefonò più volte a Elena, accusandola di essere troppo severa.

— Tutti possono commettere un errore — diceva. — Un matrimonio non si butta via per una febbre.

Elena rispondeva sempre allo stesso modo:

— Non è finito per la febbre. La febbre ha soltanto tolto il velo.

Qualche mese dopo si trasferì in un appartamento più piccolo, vicino all’ufficio.

Non aveva il grande terrazzo della vecchia casa. Non aveva la cucina moderna né la camera degli ospiti.

Ma aveva pace.

Una sera d’inverno sentì di nuovo bruciore alla gola. Misurò la temperatura: 37,8.

Scrisse a Francesca per annullare una cena.

“Sto bene, è solo un po’ di febbre. Riposo.”

Dopo mezz’ora suonarono alla porta.

Francesca era lì con una borsa piena di arance, medicine, pane fresco e una vaschetta di lasagne.

— Ti avevo detto che stavo bene — sorrise Elena.

— Lo so.

— Allora perché sei venuta?

Francesca alzò le spalle.

— Perché una persona può cavarsela da sola e meritare comunque che qualcuno si prenda cura di lei.

Elena abbassò lo sguardo sulla borsa.

Le si riempirono gli occhi di lacrime.

Per anni aveva creduto che l’amore fosse resistere, giustificare, comprendere sempre e chiedere sempre meno.

Quella sera capì che l’amore vero non costringe nessuno a supplicare.

Non ha bisogno di grandi discorsi.

A volte è una mano sulla fronte.

Una telefonata presa al primo squillo.

Una pentola lasciata sul fornello.

Un bicchiere d’acqua portato senza sbuffare.

L’amore si vede soprattutto quando l’altro è fragile, stanco, malato e non ha nulla da offrire.

È in quel momento che si decide se restare oppure voltarsi e uscire.

Matteo aveva scelto il lago.

Elena, dopo anni trascorsi a mettere tutti prima di sé, scelse finalmente se stessa.

E proprio quella febbre che l’aveva fatta crollare le diede la forza di alzarsi da una vita in cui era stata moglie, infermiera e servitrice, ma quasi mai davvero amata.

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Uniad
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