Ogni mattina un vecchio cane saliva sullo stesso autobus. Nessuno riusciva a capire perché.

Per settimane, gli autisti della linea 12 di Bologna notarono la stessa scena.

Poco dopo le sette del mattino, una vecchia cagnolina dal pelo color miele arrivava lentamente alla fermata di Via Toscana.

Si sedeva composta accanto alla panchina.

Aspettava.

Quando l’autobus si fermava, non abbaiava, non correva e non infastidiva nessuno.

Si limitava a guardare il conducente.

Ormai tutti la conoscevano.

«Falla salire,» dicevano spesso i passeggeri.

L’autista apriva la porta.

La cagnolina saliva con calma, come se conoscesse perfettamente quel percorso.

Si dirigeva sempre allo stesso posto: il sedile dietro il conducente.

Lì rimaneva immobile.

Guardava fuori dal finestrino.

Dopo circa venti minuti l’autobus arrivava davanti a un piccolo parco.

Le porte si aprivano.

La cagnolina scendeva.

Attraversava lentamente il vialetto.

Raggiungeva una vecchia panchina sotto un grande tiglio.

E rimaneva lì per ore.

Nel pomeriggio tornava alla fermata.

Aspettava il bus della linea opposta.

Risaliva.

E rientrava a casa.

La scena si ripeté ogni giorno.

Pioggia.

Vento.

Freddo.

Perfino quando iniziò a nevicare.

Nessuno capiva il motivo.

Un mattino il nuovo autista, Lorenzo, decise di seguirla durante la pausa.

Vide la cagnolina sedersi davanti alla panchina.

Non faceva nulla.

Non cercava cibo.

Non giocava.

Restava semplicemente lì.

Come se aspettasse qualcuno.

Lorenzo si avvicinò.

«Chi stai aspettando, piccola?»

Lei alzò appena lo sguardo.

Poi tornò a fissare la panchina.

Vicino ai piedi della panchina Lorenzo notò un piccolo mazzo di fiori ormai secchi.

Accanto c’era una targhetta metallica fissata al terreno.

La lesse.

“In memoria di Carlo Bianchi, che ogni mattina amava sedersi qui con la sua inseparabile Luna.”

Lorenzo rimase immobile.

Un anziano che passeggiava nel parco si accorse del suo stupore.

«Lei non lo sa?» domandò.

Lorenzo scosse la testa.

L’uomo sorrise con malinconia.

«Carlo veniva qui ogni giorno per quasi dieci anni. Sempre con quella cagnolina.»

«Che cosa è successo?»

«È morto quasi un anno fa.»

Lorenzo guardò Luna.

Era ancora seduta davanti alla panchina.

«E continua a venire?»

«Ogni singolo giorno.»

L’anziano annuì.

«I vicini raccontano che dopo il funerale non voleva mangiare. Poi una mattina è uscita di casa da sola, ha raggiunto la fermata e ha preso l’autobus che faceva insieme al suo padrone.»

Lorenzo sentì un nodo alla gola.

«E nessuno l’ha fermata?»

«Come si fa a fermare qualcuno che sta cercando il posto dove è stato felice?»

Da quel giorno gli autisti iniziarono a prendersi cura di Luna.

Ogni mattina uno di loro teneva pronta una bottiglietta d’acqua.

Qualcun altro portava qualche biscotto.

I passeggeri avevano imparato ad aspettare quei pochi secondi necessari perché la vecchia cagnolina salisse.

Nessuno protestava.

Anzi.

Molti si sedevano accanto a lei.

Le accarezzavano il muso.

Le parlavano sottovoce.

Una bambina chiese alla madre:

«Perché il cane prende sempre l’autobus?»

La donna osservò Luna per qualche istante.

Poi rispose:

«Perché l’amore ricorda le strade meglio della memoria.»

Passarono i mesi.

Luna diventava sempre più lenta.

Le zampe le facevano male.

Salire i gradini dell’autobus richiedeva ogni giorno uno sforzo maggiore.

Così gli autisti iniziarono ad abbassarsi per aiutarla.

Lei accettava quell’aiuto con dignità.

Ma non rinunciava mai al viaggio.

Una mattina, però, Luna non arrivò.

Gli autisti la aspettarono qualche minuto.

Niente.

Anche il giorno seguente.

E quello dopo ancora.

Molti pensarono che fosse semplicemente troppo vecchia.

Qualche settimana più tardi Lorenzo vide una donna anziana salire sull’autobus.

Portava tra le mani una fotografia.

«Lei è l’autista che conosceva Luna?»

«Sì.»

La donna sorrise con gli occhi lucidi.

«Era la cagnolina di mio fratello Carlo.»

Consegnò la fotografia.

Mostrava Carlo seduto proprio su quella panchina.

Luna aveva la testa appoggiata sulle sue ginocchia.

Sembravano entrambi felici.

«Luna se n’è andata nel sonno tre settimane fa.»

Lorenzo abbassò lo sguardo.

«Mi dispiace davvero.»

«Prima di morire ha dormito con questa fotografia accanto alla sua cuccia. Ogni volta che vedeva quell’immagine scodinzolava ancora.»

La donna fece una pausa.

«Volevo ringraziarvi.»

«Per cosa?»

«Per non aver mai trattato Luna come un cane randagio. Voi avete rispettato il suo dolore.»

Nei giorni successivi gli autisti raccolsero una piccola somma.

Acquistarono una nuova panchina per il parco.

Accanto fecero installare una targa.

Non era grande.

Diceva soltanto:

“A Luna. Per aver ricordato a tutti noi che la fedeltà può durare tutta una vita e anche oltre.”

Ancora oggi, chi passa davanti a quella panchina vede spesso qualcuno fermarsi a leggere quelle parole.

Molti sorridono.

Qualcuno si commuove.

Perché gli animali non conoscono il significato del tempo.

Non misurano l’amore in giorni, mesi o anni.

Lo custodiscono nei luoghi, negli odori, nei gesti ripetuti ogni mattina.

E forse è proprio questo che hanno da insegnarci.

Che chi abbiamo amato davvero non smette di vivere quando se ne va.

Continua a camminare accanto a noi nelle abitudini che condividiamo, nei percorsi che ci riportano ai ricordi più belli e nella parte migliore del nostro cuore.

Finché qualcuno sarà disposto a ricordare, nessun addio sarà davvero l’ultimo.

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