Tradito da chi hai cresciuto

Ogni alba alla tenuta “Val di Rose” sapeva di fieno bagnato e nebbia bassa che si attaccava agli stivali. Il primo a rompere quel silenzio, ogni maledetta mattina da nove anni, era Nettuno.

Alessia lo aveva tirato su da quando era un puledro traballante, scartato da un allevamento di Lipizzani in Croazia perché una zampa anteriore sembrava più debole. Se lo era caricato su un furgone malconcio e se lo era portato in Toscana, tra le colline di Pienza. L’aveva nutrito con il biberon, aveva dormito con lui nella stalla quando la febbre rischiava di portarselo via a sei mesi.

Non era un cavallo. Era il suo unico vero compagno in quella vita scelta quasi per ripicca, dopo che Milano e i giochi di potere in azienda l’avevano svuotata.

Nettuno riconosceva il suo passo tra cento. Appoggiava il muso enorme sulla sua spalla e restava lì immobile, a respirare con lei. Mai un morso, mai uno scarto, mai uno sguardo di sfida. Mai.

La mattina dell’incidente, Alessia entrò nella scuderia con la solita brocca di avena e tre mele renette, le sue preferite.

C’era un silenzio strano. Nettuno non raspava la lettiera.

Lo trovò in fondo al box, le orecchie incollate alla nuca, i garretti contratti. Il mantello baio scuro era madido di sudore già alle sette.

— Ehi, bello. Che hai?

Nettuno indietreggiò di scatto. Sbuffò forte, le narici dilatate. Alessia non aveva mai visto quegli occhi: non erano arrabbiati. Erano terrorizzati. Come se davanti non ci fosse la donna che lo accudiva, ma qualcosa che non riconosceva.

Lei fece un passo avanti, istintivo.

L’animale si impennò.

Centinaia di chili di muscoli e terrore scattarono verticali nel box di quattro metri per quattro. Alessia sentì il fischio degli zoccoli anteriori a un palmo dalla testa, poi un colpo secco sulla spalla — deviato dal legno del tramezzo. La botta la sbatté di schiena contro la parete opposta.

Non riusciva a respirare.

Nettuno restò lì, in bilico, e poi si lasciò cadere di fianco, ma senza smettere di tremare. Scalciò contro la mangiatoia di cemento. La spaccò in due.

Alessia strisciò fuori a quattro zampe, sanguinando da un taglio sulla tempia. Chiuse la porta del box con le mani che non sentiva più. Dentro, il cavallo emetteva un verso che non era un nitrito — era un gemito strozzato, continuo, roco.

I carabinieri a cavallo mandarono il loro veterinario, un uomo asciutto che parlava poco: dottor Morelli.

Lo visitarono in tre, sedato a metà. Riflessi nella norma. Nessuna ferita alla testa, nessuna frattura alle vertebre, nessun segno neurologico da rabbia o encefalite. Solo cortisolo alle stelle.

— Stress, dice Morelli. — Ma non sa dirmi perché.

— Stress un cazzo, — gli ringhiò dietro Matteo, il garzone. — Quell’animale l’ha quasi ammazzata.

Passarono due giorni. Nettuno non mangiava. Lasciava l’avena intatta, beveva pochissimo. La notte lo sentivano raspare senza sosta, e quando qualcuno si avvicinava alla scuderia, ricominciava a tirare calci contro la porta.

Il terzo giorno Alessia prese il telefono e chiamò una clinica di Grosseto. Chiese per un’eutanasia d’urgenza. La voce le tremava, ma la testa no: se il cavallo era impazzito senza motivo, era un pericolo. Per chi lavorava lì. Per lei.

Poi, mentre aspettava di essere richiamata, le squillò il cellulare. Era Lisa, la ragazza che la aiutava con le fatture e la parte amministrativa della tenuta.

— Ale, guarda i video della scuderia di ieri sera.

— Quali video?

— Quelli della telecamera di cortesia che avevi fatto montare al cancello dell’ingresso carraio. Quella che non guarda mai nessuno.

Alessia aprì l’app di videosorveglianza lì dov’era, in piedi nel cortile, con la schiena ancora dolorante. Andò indietro fino alle 22:47.

L’inquadratura prendeva l’angolo cieco del fienile, il fianco ovest della scuderia dove c’era il box di Nettuno, e un pezzo di stradello.

Alle 22:49 sopraggiunse un furgone bianco, a fari spenti. Parcheggiò a una cinquantina di metri, dietro la siepe di alloro.

Ne scesero due uomini. Uno dei due impugnava qualcosa di lungo e sottile. Un piede di porco.

Andarono dritti al box. Scalarono la finestra laterale. Alessia li vide sparire dentro.

Per cinque minuti, il filmato non mostrò altro che il buio della stalla e l’ombra del furgone fermo. Poi la porta del box si spalancò dall’interno. Uno degli uomini volò fuori di schiena, sbattendo contro la fontanella in ghisa. L’altro inciampò uscendo e si mise a correre verso il furgone, zoppicando.

Nettuno non uscì. Rimase sulla porta del box. Immobile. La testa alta, le orecchie in avanti adesso. Il corpo che bloccava l’ingresso.

Alessia mise in pausa. Tornò indietro di qualche secondo. Ingrandì l’immagine. Il tizio con il piede di porco aveva un berretto calato sulla fronte. Ma il furgone no, il furgone non era anonimo. Sul fianco, mezza scritta pubblicitaria di una ditta di traslochi. Una di quelle con la rana verde sul logo.

Sbatté le palpebre. La rana verde.

Chiamò subito un numero: Luca Rinaldi, maresciallo dei carabinieri che conosceva da una vita.

— Mandami subito una pattuglia. E no, non è per il cavallo. So chi cercare.

La ditta di traslochi era di Gianluca Ferri, un vicino con cui i rapporti si erano incrinati mesi prima per una questione di confini e una servitù di passaggio che Alessia aveva vinto in tribunale. Ferri non si era mai rassegnato.

Le perquisizioni nelle loro rimesse trovarono arnesi da scasso compatibili con i segni sulla finestra del box, un paio di guanti con tracce del sudore di Nettuno, e due taniche vuote di liquido infiammabile. Il loro piano, come scoprì poi la scientifica, era entrare nella scuderia, cospargere il fieno di benzina e dare fuoco alla struttura. Il cavallo era un danno collaterale previsto. Alessia, probabilmente, neanche: pensavano fosse a Milano per delle commissioni.

Ma Nettuno quella notte li aveva sentiti subito. Aveva sentito l’odore dell’estraneo, il ferro forzare la finestra, i passi felpati sul cemento. E quando si erano avvicinati al suo box, lui era andato in stato di allerta massima. Non per paura. Per proteggere il suo territorio.

Nei giorni successivi, quando Gianluca o qualcuno dei suoi complici si aggirava ancora nei dintorni — magari per recuperare attrezzi o tenere d’occhio la situazione — Nettuno percepiva la loro presenza a centinaia di metri. E impazziva. Non perché fosse malato. Perché stava difendendo il perimetro. Perché aveva associato quell’odore specifico al pericolo estremo, e ogni volta che lo sentiva, tornava in trincea.

Il giorno dell’aggressione ad Alessia, probabilmente lei aveva incrociato una di quelle persone senza saperlo. Forse le si era avvicinata per strada, forse aveva parlato con qualcuno al cancello. E l’odore le era rimasto addosso. Nettuno, sentendolo su di lei, non l’aveva riconosciuta come la sua umana. L’aveva identificata come una minaccia.

La mattina dopo gli arresti, Alessia aprì la porta del box.

Nettuno era in piedi. Magro per i giorni di digiuno, il mantello ancora sporco. Ma le orecchie dritte, lo sguardo calmo. Lei si avvicinò con le mani vuote, senza niente da offrire se non il palmo aperto. Lui abbassò il muso. Glielo appoggiò al centro del petto.

Restarono così, in silenzio, per un tempo che non saprebbero misurare. Poi Nettuno sbuffò piano, chiuse gli occhi, e spinse il muso nell’incavo della sua spalla.

Esattamente dove stava sempre.

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