La bambina con la fotografia

Una pioggia sottile avvolgeva il viale dei cipressi. Alle quattro e dieci del pomeriggio, il Cimitero del Verano sembrava disabitato. Solo Edoardo, in piedi davanti alla lapide bianca, con un mazzo di gerbere arancioni strette nel pugno.

Ogni 22 ottobre, da cinque anni, era lì. Sotto quella pietra giaceva il corpo di una donna mai identificata, che tutti avevano scambiato per Chiara. *Chiara Martini*, inciso nel marmo con la data di un incendio che si era portato via tutto.

— Non passa giorno che non ti pensi — mormorò, sistemando i fiori.

La pioggia gli incollò una ciocca di capelli sulla fronte. Non se ne accorse.

Poi sentì dei passetti alle spalle.

Una bambina sui sei o sette anni, con un impermeabile giallo canarino e due trecce biondo scuro che sfuggivano dal cappuccio, si fermò a un metro da lui. Tra le mani teneva una fotografia stropicciata.

— Scusa. — La voce era un filo. — Mamma ha detto che devo darla a un signore triste che sta qua.

Edoardo si chinò. Senza pensarci prese l’immagine e quasi la lasciò cadere.

Nella foto c’era lui, più giovane, sulla spiaggia di Santa Margherita, con un braccio intorno a una donna che rideva. Chiara. La stessa donna per cui aveva pianto ogni settimana su quella tomba piena di un’altra.

— Chi ti ha dato questa foto? — la voce gli uscì raschiante.

La bambina si strinse nelle spalle.

— La mamma. Lei dice che non è morta, anche se tutti pensano di sì.

Edoardo sentì il sangue fermarsi.

— Tua mamma… come si chiama?

— Chiara. Io sono Emma, ho sei anni e mezzo.

Il mazzo di gerbere cadde sulle pietre bagnate. Lui rimase con la foto in mano, incapace di muoversi.

— Non è possibile. Lei… io ero suo marito.

Emma lo guardò seria, senza paura. Tese la mano per riprendere la foto, ma lui non la lasciò.

— È viva. Aspetta fuori dal cancello, vicino alla fermata del 19. — Indicò verso l’uscita con il mento. — Mi ha detto che se ti trovavo dovevo portarti là.

Edoardo si inginocchiò per guardarla negli occhi. Le mani gli tremavano, e il respiro si fece corto.

— Andiamo — soffiò.

Prese la mano di Emma, una manina appiccicosa di caramella mou, e insieme camminarono sotto i cipressi. Non fece domande: aveva paura che bastasse una parola per spezzare l’incantesimo, o per svegliarsi in un letto vuoto.

Uscirono dal cancello monumentale. Sul marciapiede deserto, sotto un ombrello nero tenuto storto, c’era una donna con un cappotto beige. I capelli castani, più corti di un tempo, ma gli stessi occhi verdi che Edoardo aveva visto chiudersi mille notti. Chiara abbassò l’ombrello. La pioggia le rigò il viso in due colpi netti.

— Sei viva — disse lui. Non era una domanda.

— Sì.

Edoardo non si mosse. Strinse la foto nella tasca del cappotto.

— Dentro quella tomba c’è qualcun’altra che non è mai stata nessuno. Per cinque anni le ho portato fiori. Poi torno a casa e parlo con te, al muro. Perché?

La voce gli si incrinò. Emma si strinse alla gamba della mamma, ma teneva ancora la mano di lui.

Chiara non rispose subito.

— Vieni a casa. Ti spiego tutto. Poi decidi tu.

Lui annuì in silenzio, rigido.

Percorsero pochi isolati, fino a un palazzo popolare in via dei Sabelli. Scala B, terzo piano. L’appartamento odorava di caffè riscaldato e di tempera. Alle pareti, disegni di Emma; sul tavolo di formica, tre piatti messi alla buona. Un termosifone scoppiettava. Edoardo rimase in piedi, appoggiato allo stipite della cucina, senza staccare lo sguardo da Chiara. Lei fece sedere Emma sul divano, le diede un album da colorare e chiuse la porta del soggiorno lasciando uno spiraglio.

— Quella notte di cinque anni fa — cominciò, a voce bassa — quando abbiamo litigato, ero incinta di due giorni. Non sapevo come dirtelo. Stavo andando da mia cugina Sara, a Ostia, ma prima sono passata al nostro vecchio stabile a Tor Bella Monaca per prendere delle carte. Sono entrata nell’androne e ho visto una donna che dormiva avvolta negli scatoloni, sul pianerottolo del seminterrato. Era piena di freddo. Le ho lasciato la mia borsa con dentro il portafoglio e una coperta. Ho pensato: la riprendo domani.

Chiara si fermò. Edoardo la fissava senza battere ciglio.

— La mattina dopo, a Ostia, ho acceso la tv. Dicevano che un incendio aveva distrutto il palazzo. Una vittima carbonizzata, identificata dai resti di una borsa e da un orecchino. I documenti erano i miei. La scientifica ha chiuso il caso in due giorni: ero io. Tu pure ci hai creduto. Io… ho colto l’occasione. Ho preso il regionale delle 11:12 per Firenze. Sono sparita.

La voce le si spezzò. Si coprì il viso con le mani.

— La vittima era quella donna? — chiese Edoardo, gelido.

— Sì. Non so nemmeno come si chiamasse. È stata sepolta al mio posto. Io ho partorito a Bologna, da sola. E ho cresciuto Emma facendo le pulizie in nero. Pensavo fosse meglio per tutti. Che tu potessi rifarti una vita.

Edoardo fece due passi verso di lei. Il volto gli si era fatto bianchissimo, le mascelle contratte.

— Per me? Mi hai distrutto. Ho perso il posto alla ditta di trasporti, sono finito dallo psicologo della ASL. Ho pagato un funerale per una sconosciuta. E ogni anno le compro quaranta euro di gerbere.

Chiara singhiozzava. Emma, nell’altra stanza, smise di colorare, ma rimase ferma ad ascoltare.

— L’anno scorso Emma ha cominciato a chiedere del papà. Allora ho cercato il tuo nome su internet. Ho trovato quella notizia di cronaca locale: «Ogni 22 ottobre un uomo depone fiori al Verano per la moglie scomparsa nell’incendio.» Ho stampato la foto, l’unica che avevo tenuto. E ho detto a Emma di cercare un signore triste vicino a una tomba con lo stesso nome della mamma.

Edoardo scosse la testa, lentamente.

— Tu hai usato nostra figlia per un’imboscata.

— No — lo interruppe lei, alzandosi. — Volevo solo che ti arrivasse la foto. Non sapevo se saresti venuto da me o mi avresti mandata via. Ma non potevo più nascondermi.

Lui non rispose. La guardò per un tempo lunghissimo, poi andò allo spiraglio della porta e vide Emma che stringeva un pastello, gli occhi lucidi.

— Papà? — mormorò la bambina, incerta.

Edoardo si passò una mano sulla faccia. Rientrò in cucina e si appoggiò al tavolo, facendo tintinnare una tazzina.

— Adesso rimani? — La voce di Emma era sottile come l’acqua.

Lui si voltò verso Chiara.

— Non so se posso. Non so se mi fido. Ogni martedì ho parlato con un mucchio di ossa sbagliate.

Chiara non aggiunse niente. Si sedette e cominciò a sistemare i disegni sparsi, le mani che tremavano.

Emma si avvicinò a Edoardo e gli mise in mano la fotografia.

— Tienila, così non la perdi più.

Edoardo prese la foto senza dire nulla. La infilò nel portafoglio, accanto alla patente, e richiuse la tasca con uno scatto.

Fuori aveva smesso di piovere. Dalla finestra entrava una luce grigia e netta, che tagliava il tavolo.

— Per stasera resto — disse infine. — Poi domani vado al Verano a mettere un fiore anche a quella donna. E dopo si vede.

Chiara annuì in silenzio. Emma corse a prendere il suo album e lo posò sulle ginocchia di lui.

— Ti faccio un disegno, così stai meglio.

Edoardo guardò la bambina, poi Chiara. E per la prima volta in cinque anni, non provò niente di simile a un addio.

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