La coda per la biglietteria generale del Parco Incanto era un budello rovente sotto il sole di luglio, e Alice stringeva la mano di suo padre saltellando da un piede all’altro.
«Papà, le montagne russe sono verdi. No, sono rosse. Papà, lo zucchero filato sarà più grande della mia testa? E i pirati, ci sono i pirati sull’isola dei tesori?»
Lorenzo Covelli le diede uno sguardo divertito, tirandosi su la t-shirt stropicciata che puzzava di ammorbidente e rimpianti.
«Dipende se il pirata ha fatto colazione. I pirati a stomaco vuoto fanno meno paura.»
Alice rise. Un suono che gli si attaccò alle costole come un cerotto strappato male. Negli ultimi due anni aveva visto quella risata essere messa alla prova troppe volte, nascosta dietro porte socchiuse e stanze dove il silenzio era l’unico adulto presente.
Era sabato mattina, avevano infilato i jeans e mollato il telefono aziendale nel cruscotto della vecchia Lancia Y. Niente ufficio, niente giacche stirate. Soltanto una figlia di cinque anni con le trecce bionde storte e un parco a tema a pochi metri dal cancello.
Fu allora che la bambina della coda accanto arrivò allo sportello.
Aveva più o meno l’età di Alice. Capelli biondo cenere raccolti in una treccia con un nastro rosa stinto, un vestitino a fiori blu tenuto su da un golfino consumato sui gomiti. Tra le dita stringeva una banconota da dieci euro e qualche moneta da un centesimo, tenute lì da chissà quanto tempo.
Nessun adulto accanto a lei. Poco distante, su una panchina all’ombra storta di un pino, una donna con un maglione leggero e una cartellina di documenti teneva lo sguardo incollato allo schermo del cellulare, scrollando annunci di lavoro. Alzava la testa ogni trenta secondi, con quell’ansia di chi cerca un impiego senza perdere d’occhio la figlia.
La bambina posò il denaro sul bancone.
«Un biglietto bambino, per favore.»
Il cassiere – un ragazzo stempiato con la polo blu del parco e l’aria da fine turno anticipata – contò le monete senza scomporsi.
«Ragazzina, ti mancano sei euro.»
Lei arrossì fino alle orecchie. «Ho contato giusto. Sul volantino c’è scritto dodici euro.»
«Quello è il prezzo feriale. Oggi è sabato. Sabato sono diciotto.»
«Ma il volantino parla di bambini…»
«Da lunedì a venerdì. Guarda qui.»
Le indicò un carattere minuscolo in fondo alla pagina sgualcita, spingendola indietro.
La bambina fissò la carta come se quelle parole le avessero appena dato uno schiaffo.
Dietro di lei, la coda VIP scorreva veloce.
Una signora sui quaranta, occhiali da sole crema e sandali tempestati di borchie dorate, osservò la scena con un sorrisetto leggero. Suo figlio, poco più grande di Alice, aspettava con uno zainetto griffato stretto al petto.
«Ecco perché bisogna spiegare ai figli che il divertimento costa» sussurrò la signora, a voce abbastanza alta da farsi sentire fino al chiosco dei pop corn.
Alice tirò la manica del padre.
«Papà, può venire al parco con noi?»
Lorenzo non rispose subito.
Per due lunghissimi secondi rimase immobile, la mascella serrata, lo sguardo che andava dalla bambina dai soldi contati alla madre sulla panchina. La signora aveva aperto la cartellina, mostrava un curriculum stropicciato a qualcuno dall’altra parte di una telefonata che sembrava già persa.
Qualcosa, nella cassa toracica di Lorenzo, cedette.
Non era soltanto la faccia della bambina. Era la stanchezza di quella donna, lo stesso tipo di stanchezza che aveva visto negli occhi di sua moglie prima che un maledetto linfoma si portasse via tutto. Due anni. Due anni a nascondere il conto in banca ai giornalisti, a ricostruire un impero tecnologico dal garage di casa, mentre Alice imparava a chiedere il permesso prima di fare rumore.
Si sfilò dalla coda.
«Alice, resta qui un attimo.»
Si avvicinò allo sportello accanto, quello della bambina. Il cassiere lo guardò con sufficienza.
«Senta, c’è la fila anche qui.»
Lorenzo appoggiò una carta nera sul bancone. Una American Express Centurion, di quelle che il terminale del parco non aveva mai visto da vicino.
«Voglio un abbonamento stagionale famiglia per due persone.»
Il cassiere aggrottò la fronte. «Stagionale? Costa—»
«Emetta il biglietto.»
La voce di Lorenzo era un taglio netto nel ronzio del parco. La bambina sgranò gli occhi.
«Io non…»
«Ce l’hai una mamma?» le chiese Lorenzo, chinandosi un poco.
Lei annuì piano, indicando la panchina. La donna ora guardava nella loro direzione, la cartellina dimenticata sulle ginocchia.
«Sei la sua mamma? «La signora si alzò, incamminandosi.
«Mamma, il signore vuole comprarci i biglietti…»
La donna arrivò trafelata, gli occhi segnati dalle occhiaie. «Cosa succede?»
Il cassiere, ancora immobile con la tessera tra le dita, alzò la testa e lesse il nome inciso sulla carta. Lorenzo Covelli. Il miliardario che aveva venduto da poco la sua startup di intelligenza artificiale per tre miliardi e spiccioli. La stessa persona di cui il parco aveva comprato il nuovo sistema di prenotazione, senza saperlo davvero.
La signora della coda VIP si tolse gli occhiali. Il suo sorriso s’era spento.
«Covelli…» mormorò il ragazzo allo sportello.
Lorenzo non lo guardò. Prese l’abbonamento stagionale appena stampato e lo porse alla bambina. «Questo è tuo e della tua mamma. Vale per tutto l’anno, quando vuoi tu.»
Poi si girò verso la madre.
«Signora, mi scusi l’invadenza. Ho visto che cerca lavoro. Nella mia azienda, a due fermate di autobus da qui, cercano una responsabile per la selezione del personale. Mi è sembrato di capire che lei ha esperienza da curriculum.» Indicò la cartellina. «Senza impegno, se vuole le lascio il mio numero.»
La donna aprì la bocca, la richiuse. La figlia, intanto, s’era già infilata l’abbonamento al polso come un braccialetto.
«Papà?» Alice si era avvicinata, gli occhi lucidi.
«È tutto a posto, amore. Oggi entriamo tutti.»
La signora della fila VIP arretrò di un passo. Suo figlio indicò la bambina con il vestito blu. «Mamma, anche lei viene con noi?»
La signora non rispose. S’infilò gli occhiali scuri con un gesto secco e si riavvicinò allo sportello, ma il cassiere aveva già finito di stampare i biglietti per una famiglia che non era la sua.
Lorenzo porse alla mamma della bambina un biglietto da visita. Non c’era l’indirizzo della sede centrale, ma il cellulare personale. «Ci pensi. Nessuna fretta.»
Poi prese Alice per mano e si diresse verso i tornelli insieme a loro. La bambina del vestito blu guardava Alice, e Alice la guardava, e in meno di trenta secondi si erano già scambiate il nome. Emma e Alice, due versioni della stessa estate.
Le montagne russe rombarono sopra di loro, e lo strillo che seguì non era più soltanto un rumore, ma un’onda che si portò via tutti gli occhi puntati addosso.
La signora della fila VIP non entrò subito. Rimase fuori, il figlio imbronciato che le tirava la borsa piena di scontrini e crema solare al profumo di gardenia.
Lorenzo non si voltò. Sentiva soltanto il palmo minuscolo di sua figlia e, dall’altra parte, la risata di una bambina che aveva appena imparato che a volte i biglietti arrivano quando meno te l’aspetti.
Quando il primo giro di giostra si fermò, Emma aveva già lo zucchero filato in mano, e sua madre aveva messo via la cartellina.
