Quando Chiara e Matteo si sposarono, la loro nuova vita insieme cominciò in un appartamento che nessuna agenzia immobiliare avrebbe definito “da sogno”.

Quando Chiara e Matteo si sposarono, la loro nuova vita insieme cominciò in un appartamento che nessuna agenzia immobiliare avrebbe definito “da sogno”.

Era la vecchia casa della nonna di Chiara, al secondo piano di una palazzina degli anni Sessanta nella periferia di Bologna. Due stanze, una cucina stretta, un bagno con le piastrelle verde acqua e finestre di legno che d’inverno lasciavano passare un filo d’aria gelida.

In salotto c’era ancora la carta da parati della nonna: piccoli fiori color pesca su uno sfondo ormai ingiallito.

Matteo la osservò per qualche secondo.

— Questa va tolta.

Chiara appoggiò una scatola sul pavimento.

— Siamo entrati da dieci minuti.

— E sono già dieci minuti di troppo per quella carta da parati.

Lei rise.

Non avevano molto, ma avevano finalmente una casa tutta loro.

Niente affitto.

Niente coinquilini.

Niente proprietari che decidevano quando aumentare il canone.

La prima sera mangiarono pizza seduti per terra, usando una scatola di cartone come tavolino.

Chiara si guardò attorno.

— Sai una cosa? A me piace.

Matteo indicò il soffitto.

— C’è una crepa sopra la tua testa.

— Mi piace lo stesso.

— Il rubinetto perde.

— Mi piace lo stesso.

— L’impianto elettrico sembra fatto durante la guerra.

Chiara sorrise.

— Matteo.

— Dimmi.

— È casa nostra.

Lui tacque.

Poi sorrise anche lui.

— Questo sì.

Matteo era uno di quegli uomini incapaci di ignorare qualcosa che poteva essere sistemato.

Nel giro di una settimana aveva già smontato tre prese, controllato i tubi sotto il lavello e preparato un elenco di lavori lungo due pagine.

— Rifacciamo il bagno.

— Certo.

— Poi cambiamo gli infissi.

— Certo.

— Cucina nuova.

— Con quali soldi?

Matteo ci pensò un attimo.

— Dettaglio secondario.

Decisero di mettere da parte qualcosa ogni mese.

Niente spese inutili.

Niente vacanze costose.

Avrebbero sistemato una stanza alla volta.

Anche sui figli erano d’accordo.

Non subito.

Prima volevano godersi un po’ il matrimonio.

Finire i lavori.

Avere qualche risparmio.

— Tra due anni — diceva Chiara.

— Anche tre — rispondeva Matteo. — Prima vorrei poter fare una doccia senza che cada un pezzo di intonaco.

Avevano pianificato tutto.

Ma la vita, come spesso accade, non aveva letto il loro programma.

Una mattina Chiara si svegliò con la nausea.

Diede la colpa alla cena della sera prima.

Due giorni dopo le bastò sentire l’odore del caffè preparato da Matteo per correre in bagno.

Lui la seguì preoccupato.

— Ti porto dal medico?

— No, sarà un virus.

Ma mentre lo diceva, Chiara cominciò mentalmente a fare dei conti.

Quella sera comprò un test di gravidanza.

Lo lasciò nella borsa fino alla mattina successiva, quasi sperando di essersi sbagliata.

Quando comparvero due linee, rimase immobile.

Due linee.

Così piccole.

Eppure sembravano capaci di spostare tutto il futuro.

Si sedette sul bordo della vasca.

Non era triste.

Non era nemmeno soltanto felice.

Era spaventata, commossa, confusa.

Il bambino arrivava prima della cucina nuova.

Prima degli infissi.

Prima dei risparmi.

Prima di qualunque certezza.

Quando Matteo tornò dal lavoro, Chiara lo aspettava al tavolo.

— Devi sederti.

Lui si fermò.

— Questa frase non mi piace.

— Non è necessariamente una brutta notizia.

— “Necessariamente” mi preoccupa ancora di più.

Chiara tirò fuori il test.

Matteo lo guardò.

Poi guardò lei.

Poi di nuovo il test.

— Aspetta.

Chiara annuì.

— Sì.

— Sei incinta?

— Sì.

Per alcuni secondi non accadde nulla.

Poi Matteo esplose.

— Ma davvero?!

Si alzò così in fretta da quasi rovesciare la sedia.

Abbracciò Chiara.

— Divento papà!

— A quanto pare.

La sollevò.

— Matteo! Mettimi giù!

— Avremo un bambino!

— Se continui a farmi girare così, prima avremo un problema di nausea!

Lui la rimise a terra ridendo.

Quella sera non parlò d’altro.

La cameretta.

La culla.

Il passeggino.

I nomi.

Perfino il colore delle pareti.

— Non sappiamo nemmeno se sarà maschio o femmina.

— Colore neutro.

— Quale?

Matteo ci pensò seriamente.

— Beige.

Chiara lo guardò scandalizzata.

— Nostro figlio non crescerà in una scatola di cartone.

Risero entrambi.

Per le prime settimane, Matteo fu semplicemente premuroso.

Le preparava la colazione.

Portava le buste della spesa.

Veniva con lei alle visite.

Chiedeva al ginecologo tutto quello che gli passava per la testa.

Chiara era quasi intenerita da tanta attenzione.

Poi Matteo cominciò a informarsi da solo.

Prima comprò un paio di libri.

Poi iniziò a leggere articoli online.

Da lì passò ai forum.

Dai forum ai video.

Dai video a gruppi pieni di storie inquietanti, testimonianze e liste di presunti pericoli.

Ogni sera scopriva qualcosa di nuovo.

E ogni nuova scoperta lo rendeva un po’ più ansioso.

Un sabato Chiara si accorse che Matteo aveva rimesso tutti gli attrezzi nella cassetta.

— Non dovevi finire quel muro?

— No.

— Perché?

— Fermiamo i lavori.

— Adesso?

— La polvere dei lavori può essere nociva.

Chiara scrollò le spalle.

— Va bene. Aspetteremo.

Le sembrò perfino sensato.

Qualche giorno dopo Matteo rientrò con uno strano apparecchio in mano.

— Cos’è?

— Un dosimetro.

Chiara scoppiò a ridere.

— Un cosa?

— Misura le radiazioni.

— E tu vuoi misurare le radiazioni in casa?

— L’edificio è vecchio.

— Matteo, siamo a Bologna, non dentro una centrale nucleare.

Lui non rise.

Girò per l’appartamento controllando pareti, pavimenti, piastrelle e mobili.

Misurò perfino una vecchia zuppiera della nonna.

Tutto normale.

Chiara pensò che si sarebbe tranquillizzato.

Accadde l’esatto contrario.

Pochi giorni dopo aprì il mobile sotto il lavello e cominciò a leggere le etichette dei detersivi.

— Questo lo buttiamo.

— Come sarebbe?

— Troppi componenti aggressivi.

Prese un altro flacone.

— Anche questo.

— Matteo, è il detergente del bagno.

— Useremo aceto e bicarbonato.

Chiara lo fissò.

— Vuoi anche che vada al fiume a lavare i panni sulla pietra?

— Puoi prenderla meno in giro?

— Posso, se smetti di buttarmi i detersivi.

Ma lui era serio.

Poco dopo arrivò il turno dei cosmetici.

Poi del microonde.

— Preferisco che tu non lo usi.

— Perché?

— Ho letto delle emissioni.

— È un elettrodomestico normale.

— Non costa nulla scaldare il cibo sul fornello.

— Costa tempo.

— Per il bambino ne vale la pena.

Quella frase cominciò a comparire sempre più spesso.

“Per il bambino.”

Qualunque discussione finiva lì.

Router spento di notte.

Telefoni lontani dal letto.

Televisore spostato.

Poi Matteo lesse qualcosa sulle pentole in alluminio.

— Queste vanno cambiate.

Chiara quasi gli strappò la pentola dalle mani.

— Questa era di mia nonna.

— È vecchissima.

— Mia nonna ci ha cucinato per quarant’anni.

— Proprio per questo.

— Cosa significa “proprio per questo”?

— Ne compriamo di nuove.

Le comprarono.

E il denaro che doveva servire per la finestra della camera da letto sparì.

Chiara iniziò a spazientirsi.

Ma continuava a ripetersi che era normale.

Primo figlio.

Paura.

Ansia.

Gli sarebbe passata.

Non gli passò.

Arrivò il turno del cibo.

Matteo iniziò a controllare le etichette di ogni prodotto.

— Questo no.

— È yogurt.

— Ha troppi ingredienti.

— È yogurt alla fragola, Matteo.

Poi decise che anche frutta e verdura del supermercato non erano abbastanza affidabili.

Trovò un piccolo produttore fuori città.

Ogni sabato tornava con cassette di verdure, uova e formaggi.

— Almeno qui sappiamo da dove arriva tutto.

Chiara prese un pomodoro.

— E come sai che non usano pesticidi?

— Ho parlato con il proprietario.

— Ah, allora siamo tranquilli. Un uomo che vende qualcosa non mentirebbe mai.

Matteo la guardò male.

— Perché devi sempre scherzare?

Chiara appoggiò il pomodoro.

— Perché se smetto di scherzare, comincio a urlare.

Al quinto mese Matteo comprò una mascherina filtrante.

— Quando c’è molto traffico, mettila.

Chiara la tenne tra due dita.

— Stai scherzando?

— No.

— Dovrei andare in ufficio così?

— L’aria in città non è il massimo.

— La ginecologa mi ha detto di camminare.

— I medici non sanno tutto.

Chiara sollevò lentamente lo sguardo.

Quella frase le fece paura.

Fino a quel momento Matteo aveva cercato sicurezza.

Ora sembrava fidarsi soltanto delle cose che alimentavano la sua paura.

Cominciò a non volerla vedere uscire.

— Dove vai?

— A prendere un caffè con Serena.

— Non può venire qui?

— Potrebbe, ma ci siamo date appuntamento fuori.

— Ci sarà gente.

— È un bar. Di solito funziona così.

— Puoi prenderti qualche infezione.

Chiara infilò il cappotto.

— Sono incinta. Non sono malata.

— Perché devi rischiare?

Lei si girò.

— Rischiare cosa? Di avere una vita normale?

Matteo sospirò.

— Stai esagerando.

— Io?

Le telefonate peggiorarono tutto.

All’inizio Matteo chiamava una volta.

Poi tre.

Poi cinque.

Un giorno Chiara contò nove chiamate.

— Hai mangiato?

— Sì.

— Cosa?

— Pasta.

— Con cosa?

— Matteo, sono al lavoro.

Un’ora dopo:

— Hai bevuto abbastanza?

Più tardi:

— Dove sei?

E se non rispondeva:

— Ti ho chiamata quattro volte.

— Ero in riunione.

— Potevi mandarmi un messaggio.

— Non posso aggiornarti ogni venti minuti.

— Mi preoccupo.

— La tua preoccupazione mi sta soffocando.

Matteo rimaneva ferito.

E Chiara finiva per sentirsi in colpa.

Era quella la parte peggiore.

Sapeva che lui non voleva farle del male.

La amava.

Amava già quel bambino.

Ma, giorno dopo giorno, il suo amore assomigliava sempre di più a una gabbia.

Un pomeriggio Chiara stava uscendo per vedere Serena.

Matteo si mise davanti alla porta.

— Devi proprio andare?

— Sì.

— Potrebbe venire lei.

— Matteo, ne abbiamo già parlato.

— C’è molta gente in giro.

Chiara chiuse gli occhi.

— Spostati.

— Non capisco perché tu debba esporti inutilmente.

Lei lo guardò.

— Sai cosa non capisco io?

— Cosa?

— Quando ho smesso di essere tua moglie e sono diventata un contenitore che devi sorvegliare.

Matteo impallidì.

— Non dire sciocchezze.

— Non sono sciocchezze.

— Sto cercando di proteggervi.

— No. Stai cercando di controllare tutto.

— Perché tu sei troppo superficiale!

Chiara rimase immobile.

Quella parola le fece più male di tutte le altre.

— Superficiale?

— Non intendevo…

— Sono io che sento ogni cambiamento nel mio corpo. Sono io che mi sveglio la notte chiedendomi se il bambino sta bene. Sono io che ho paura prima di ogni visita. E tu mi chiami superficiale?

Matteo non rispose.

Chiara uscì sbattendo la porta.

Al bar scoppiò a piangere davanti a Serena.

— Non ce la faccio più.

Serena non lo insultò.

Non disse che Matteo era un mostro.

Si limitò a chiederle:

— Tu ti senti ancora libera di decidere per te stessa?

Chiara scosse la testa.

— Allora non è più soltanto premura.

Quella sera Chiara tornò a casa con una certezza.

Non poteva più aspettare che il problema sparisse da solo.

La svolta arrivò qualche settimana dopo.

Era all’ottavo mese e aveva una visita di controllo.

Matteo, bloccato al lavoro, non riuscì ad accompagnarla.

L’ecografia andò benissimo.

— Tutto nella norma — disse la ginecologa. — Il bambino cresce bene.

Chiara quasi pianse dalla gioia.

Uscì dallo studio e decise di fare una passeggiata.

C’era un sole leggero, aria fresca e quella sensazione rara di sentirsi finalmente tranquilla.

Poi squillò il telefono.

Matteo.

— Com’è andata?

— Benissimo.

— Davvero?

— Il bambino sta bene.

— Dove sei?

— Sto camminando.

Pausa.

— Dove?

— Sul viale.

— C’è parecchio traffico lì.

Chiara si fermò.

— Matteo.

— Hai la mascherina?

Fu come se tutti i mesi precedenti le cadessero addosso nello stesso istante.

— Basta.

— Cosa?

— Ho detto basta.

— Chiara…

— Ti ho appena detto che nostro figlio sta bene e tu hai impiegato meno di un minuto a trovare qualcosa di cui avere paura.

— Sto solo…

— No. Tu hai paura. E da mesi obblighi me a vivere dentro quella paura.

Matteo rimase in silenzio.

— Ne parliamo a casa.

— Sì. Ma stavolta parleremo davvero.

Quella sera Chiara non gridò.

Fu peggio.

Parlò con una calma che Matteo non le aveva mai sentito.

— Non posso continuare così.

— Io voglio soltanto che non succeda niente.

— Non puoi garantirlo.

— Posso ridurre i rischi.

— Tu vuoi eliminarli tutti.

Matteo strinse i pugni.

— E se succedesse qualcosa?

Chiara lo guardò.

— Eccola.

— Cosa?

— La frase che ripeti sempre. “E se succedesse qualcosa?”. Cosa pensi che possa succedere?

Matteo abbassò gli occhi.

— Non lo so.

— Sì che lo sai.

Silenzio.

— Matteo, cosa ti spaventa davvero?

Lui rimase immobile per qualche secondo.

Poi si sedette.

— Mio fratello non è mai nato.

Chiara smise quasi di respirare.

— Cosa?

Matteo non gliene aveva mai parlato.

Sua madre aveva avuto una gravidanza prima di lui.

Era arrivata quasi alla fine.

Poi, improvvisamente, qualcosa era andato storto.

Il bambino era morto prima del parto.

Matteo conosceva la storia solo in modo vago.

Quando Chiara era rimasta incinta, sua madre gli aveva raccontato tutto.

Anche i sensi di colpa.

Gli anni passati a chiedersi se avesse mangiato qualcosa di sbagliato.

Se avesse lavorato troppo.

Se avesse ignorato un segnale.

— Da quando me l’ha raccontato — disse Matteo con la voce spezzata — non riesco più a smettere di pensare che potrebbe succedere anche a noi.

Chiara lo fissava.

— Ogni volta che leggo che una cosa potrebbe essere pericolosa, penso che se non faccio nulla e poi succede qualcosa, sarà colpa mia.

Gli occhi gli si riempirono di lacrime.

— Io non saprei vivere con quella colpa.

Chiara sentì la rabbia trasformarsi.

Non sparì.

Ma sotto il controllo, sotto i divieti, sotto tutte le sue ossessioni, finalmente vide ciò che c’era davvero.

Paura.

Una paura enorme.

Si sedette accanto a lui.

— Matteo, guardami.

Lui lo fece.

— Capisco perché hai paura.

Una lacrima gli scese sul viso.

— Ma la tua paura non può diventare la mia prigione.

Matteo abbassò la testa.

— Non so come fermarla.

Fu la prima volta che ammise di avere un problema.

Chiara gli prese la mano.

— Allora facciamoci aiutare.

Parlarono con la ginecologa.

Matteo raccontò tutto.

Lei lo ascoltò senza giudicarlo.

— Essere prudenti è normale — gli disse. — Ma non esiste una gravidanza a rischio zero. Quando si tenta di controllare ogni dettaglio per annullare qualunque possibilità negativa, non si sta più gestendo il rischio. Si sta cercando di placare l’ansia.

Gli consigliò di parlare con uno psicologo.

Matteo reagì male.

— Non sono matto.

Chiara gli rispose piano:

— Non devi essere matto per avere bisogno di aiuto.

Alla fine accettò.

Non cambiò in una settimana.

Non cambiò neppure in un mese.

Ma qualcosa cominciò a muoversi.

Quando Chiara diceva:

— Vado a fare una passeggiata.

Matteo istintivamente domandava:

— Dove?

Poi si fermava.

Respirava.

— Scusa. Divertiti.

Un giorno la trovò davanti al microonde.

Si bloccò.

Chiara lo guardò sfidandolo.

— Vuoi dire qualcosa?

Matteo aprì la bocca.

La richiuse.

Poi indicò il piatto.

— Se avanza, ne mangio anch’io.

Chiara cominciò a ridere.

E lui con lei.

Era una piccola cosa.

Ma per loro significava moltissimo.

Il bambino nacque in una notte di gennaio.

Il travaglio fu lungo.

Matteo rimase accanto a Chiara per ore.

A un certo punto la paura tornò.

Lei la vide nei suoi occhi.

Ma lui non cercò il telefono.

Non fece domande ossessive.

Non tentò di prendere il controllo della situazione.

Le strinse soltanto la mano.

— Sono qui.

Quando finalmente sentirono il primo pianto, Matteo si coprì il volto.

Piangeva.

L’ostetrica gli mostrò il piccolo.

— Papà, vuole prenderlo?

Matteo tese le braccia.

Tremavano.

Il bambino fece una smorfia e cominciò a protestare.

Matteo rise tra le lacrime.

— Ciao, campione.

Chiara lo guardava dal letto.

L’ostetrica sorrise.

— Sta benissimo.

Matteo chiuse gli occhi per un istante.

Poi si avvicinò a Chiara.

— Ti ho fatto passare dei mesi terribili.

Lei era esausta.

— Un po’.

Lui abbassò lo sguardo.

— Mi dispiace.

Chiara gli accarezzò una guancia.

— Adesso sai perché.

Passarono alcuni mesi.

La casa era ancora mezza da rifare.

Le finestre vecchie c’erano ancora.

La carta da parati era sopravvissuta.

In bagno mancava un pezzo di battiscopa.

Ma il salotto era pieno di giochi, biberon, copertine e calzini minuscoli.

Una domenica Chiara stava sistemando un cassetto quando trovò il dosimetro.

Lo portò in salotto.

Matteo era sul tappeto con il bambino.

— Guarda cosa ho trovato.

Lui alzò gli occhi.

— No.

— Sì.

— Buttalo.

Chiara lo avvicinò scherzosamente al piccolo.

— Vediamo se nostro figlio è radioattivo.

— Chiara…

Il bambino scoppiò a ridere.

Matteo sospirò.

— Ecco. È evidente.

— Cosa?

— Emette rumore a livelli pericolosi.

Chiara rise.

Poi Matteo prese suo figlio in braccio e rimase per qualche secondo a guardarlo.

— Sai che a volte ho ancora paura?

Chiara si sedette accanto a lui.

— Lo so.

— Quando dorme troppo, voglio controllare se respira. Quando tossisce, la mia testa immagina subito il peggio.

— Ma adesso non butti via lo shampoo.

Matteo sorrise.

— Sto migliorando.

— Decisamente.

Dopo qualche secondo disse:

— Prima pensavo che essere un buon padre significasse impedire che gli succedesse qualcosa di brutto.

— E adesso?

Matteo guardò il bambino.

— Adesso credo che significhi esserci quando qualcosa, prima o poi, succederà.

Chiara appoggiò la testa sulla sua spalla.

Quella sera, dopo aver messo a dormire il piccolo, aprì la finestra del salotto.

Entrò aria fredda.

Si sentivano automobili, una moto in lontananza e le voci di qualcuno sul marciapiede.

Matteo guardò la finestra.

Poi guardò il telefono appoggiato sul tavolo.

Per un attimo Chiara vide il vecchio impulso attraversargli il viso.

Controllare.

Verificare.

Prevedere.

Poi Matteo lasciò il telefono dov’era.

Si avvicinò alla finestra.

— Fa freddo.

— Un po’.

— La chiudo?

Chiara sorrise.

— Tra qualche minuto.

Matteo annuì.

Rimasero lì insieme.

Dietro la porta, loro figlio dormiva.

Fuori, il mondo continuava a essere pieno di cose che nessuno poteva controllare.

Malattie.

Incidenti.

Errori.

Delusioni.

Perdite.

Ma c’erano anche pomeriggi al parco, corse sotto la pioggia, primi giorni di scuola, risate improvvise, ginocchia sbucciate, vacanze, abbracci e finestre aperte.

Matteo comprese finalmente che non avrebbe mai potuto regalare a suo figlio una vita senza pericoli.

Poteva però regalargli qualcosa di molto più importante.

Una casa in cui la paura non fosse il padrone.

Chiara gli prese la mano.

— A cosa pensi?

Matteo guardò verso la cameretta.

— A quanto è strano.

— Cosa?

— Ho passato mesi a cercare di proteggerlo dalla vita.

Fece una piccola pausa.

— E invece il mio compito è insegnargli a viverla.

Chiara strinse più forte la sua mano.

L’aria fredda continuava a entrare dalla finestra.

Quella volta Matteo non la chiuse.

Perché aveva capito che il confine tra amore e paura può essere sottile.

La paura dice: “Ti amo, quindi non uscire.”

L’amore dice: “Ho paura per te, ma non posso vivere al posto tuo.”

La paura costruisce muri.

L’amore resta vicino mentre impariamo ad attraversare le porte.

E forse essere una famiglia significa proprio questo: non promettersi che non accadrà mai niente di brutto, ma promettersi che, qualunque cosa accada, nessuno dovrà affrontarla da solo.

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