Ogni lunedì, mercoledì e venerdì Mirella usciva di casa quando il cielo era ancora grigio.

Ogni lunedì, mercoledì e venerdì Mirella usciva di casa quando il cielo era ancora grigio.

Aveva sessantaquattro anni, una pensione modesta e due ginocchia che le facevano male soprattutto quando cambiava il tempo. Eppure, alle cinque e venti del mattino era già in cucina con il grembiule legato in vita.

Preparava il sugo per la pasta, tagliava la frutta per i bambini, riempiva un contenitore con le polpette e un altro con il passato di verdure. A volte portava anche una torta. Non perché gliela chiedessero apertamente, ma perché sua figlia diceva spesso:

«Mamma, ai bambini piace tanto come cucini tu.»

E per Mirella quelle parole valevano più della stanchezza.

Sua figlia Laura viveva dall’altra parte della città con il marito Stefano e i loro due figli: Giulia, sei anni, e Tommaso, che non ne aveva ancora due. Laura lavorava in uno studio assicurativo, spesso fino a tardi. Stefano era consulente informatico e guadagnava bene. Avevano comprato un appartamento nuovo, con un grande balcone, due bagni e un garage sotterraneo.

Mirella era felice per loro. Lo diceva a tutti.

«I figli devono stare meglio di noi. Altrimenti che cosa abbiamo faticato a fare?»

Per arrivare a casa loro prendeva prima un autobus, poi la metropolitana e infine un altro autobus. Se le coincidenze erano buone, impiegava cinquanta minuti. Se perdeva la seconda linea, anche un’ora e mezza.

Non si era mai lamentata.

Fino a quel venerdì.

Pioveva da prima dell’alba. Non una pioggia leggera, ma una di quelle piogge che entrano sotto l’ombrello, bagnano le maniche e fanno sembrare ogni macchina più veloce del necessario.

Mirella era alla fermata con una borsa di tela sulla spalla. Dentro aveva una teglia di lasagne, un maglioncino nuovo per Tommaso e un libro illustrato per Giulia.

L’autobus era in ritardo.

Lei si stringeva il cappotto al petto, cercando di proteggere la borsa dall’acqua, quando vide arrivare una macchina nera.

La riconobbe subito.

Era quella di Stefano.

L’auto rallentò per il traffico proprio davanti alla fermata. Mirella riuscì a vedere chiaramente il genero al volante. Era solo. Aveva una mano sul volante e l’altra appoggiata vicino al cambio.

Anche lui la vide.

Per un attimo i loro sguardi si incontrarono.

Stefano sorrise, sollevò la mano e le fece un cenno allegro.

Poi ripartì.

Mirella rimase immobile.

La macchina scomparve dietro il semaforo, lasciando sull’asfalto una scia d’acqua sporca.

Lei continuò a guardare nella stessa direzione anche quando non c’era più niente da vedere.

Non le aveva dato fastidio soltanto il fatto che non si fosse fermato.

Le aveva fatto male quel saluto.

Leggero. Distratto. Quasi amichevole.

Come se avesse incrociato una conoscente qualunque. Non la donna che tre volte alla settimana attraversava la città per occuparsi dei suoi figli. Non la madre di sua moglie. Non la nonna che portava il pranzo, stirava le camicie dei bambini e rimetteva in ordine la cucina prima di andarsene.

Stefano percorreva quella strada ogni mattina.

Lo sapevano tutti.

Passava vicino al quartiere di Mirella perché, come aveva spiegato una volta, così evitava il traffico del centro. Sapeva anche a che ora lei prendeva l’autobus.

Durante una cena aveva perfino scherzato:

«Mirella, prima o poi ci incrociamo ogni mattina. Facciamo quasi la stessa strada.»

Lei aveva sorriso.

Adesso quel ricordo le sembrava una presa in giro.

Quando arrivò a casa della figlia, aveva i pantaloni bagnati fino alle caviglie.

Laura le aprì con Tommaso in braccio e il telefono stretto tra la spalla e l’orecchio.

«Mamma, meno male. Sono in ritardissimo.»

Le passò il bambino, prese la teglia e la appoggiò sul tavolo.

«Stefano è già uscito?»

«Sì, da almeno quaranta minuti.»

Mirella si tolse lentamente il cappotto.

«Mi ha vista alla fermata.»

Laura smise per un istante di cercare qualcosa nella borsa.

«Chi?»

«Stefano. È passato davanti a me.»

«Ah, sì?»

«Mi ha salutata.»

Laura non sembrò cogliere subito il senso.

«Beh, carino.»

Mirella la fissò.

«Era solo in macchina. Veniva qui.»

Laura sospirò, come se la conversazione fosse diventata improvvisamente scomoda.

«Mamma, sai com’è al mattino. Avrà avuto una riunione.»

«Io ero sulla sua strada.»

«Non poteva fermarsi in mezzo al traffico.»

A trenta metri dalla fermata c’era una piazzola. Mirella la vedeva ogni volta che aspettava l’autobus.

Avrebbe potuto dirlo.

Invece abbassò gli occhi.

«Certo.»

Laura le diede un bacio veloce sulla guancia.

«Sei un tesoro. Stasera forse torno tardi.»

La porta si chiuse e Mirella rimase nel corridoio con il nipote in braccio.

Tommaso le toccò il viso con una mano piccola e calda.

«Nonna bagnata.»

Mirella sorrise, ma sentì qualcosa stringerle la gola.

Quella sera raccontò tutto a Teresa, la vicina del piano di sopra. Si conoscevano da venticinque anni e ogni sabato bevevano insieme il caffè.

Teresa ascoltò senza interromperla. Poi posò la tazzina.

«Quanto spendi al mese per andare da loro?»

Mirella fece spallucce.

«Non lo so.»

«Lo sai.»

Mirella esitò.

«Tra abbonamento e qualche biglietto extra, quasi settanta euro.»

«E il cibo?»

«Quello lo compro io.»

«I vestiti per i bambini?»

«Ogni tanto.»

«E ti danno qualcosa?»

Mirella si irrigidì.

«Sono mia figlia e i miei nipoti. Non devo farmi pagare.»

«Non ho detto che devono pagarti come una baby-sitter. Ho chiesto se si accorgono di quello che fai.»

Mirella rimase in silenzio.

Teresa si sporse verso di lei.

«Tu non li stai aiutando, Mirella. Tu stai tenendo in piedi la loro organizzazione. E loro ormai pensano che sia naturale.»

«Laura lavora tanto.»

«Anche tu hai lavorato per quarant’anni.»

«Stefano ha molte responsabilità.»

«E tu non ne hai avute?»

Mirella guardò le proprie mani. Le vene erano evidenti, le dita un po’ gonfie.

Con quelle mani aveva cresciuto Laura quasi da sola, dopo la morte prematura del marito. Aveva fatto turni doppi in mensa, cucito di notte per arrotondare, rinunciato alle vacanze e rimandato cure dentistiche per pagare all’università della figlia.

Non aveva mai considerato tutto questo un sacrificio.

Ma all’improvviso si chiese quando l’amore fosse diventato disponibilità obbligatoria.

La domenica pomeriggio Laura telefonò.

«Mamma, domani avrei bisogno che arrivassi alle sei. Ho una presentazione importante alle sette e mezza.»

Mirella guardò l’orologio appeso in cucina.

Per essere lì alle sei avrebbe dovuto uscire poco dopo le quattro e mezza.

«Alle sei?»

«Solo questa volta. Ti preparo il divano, così magari puoi riposarti quando Tommaso dorme.»

Mirella aprì la bocca.

La risposta abituale era già pronta.

Certo, tesoro.

Va bene.

Non preoccuparti.

Ma prima che quelle parole uscissero, rivide Stefano al volante. Il suo sorriso. La sua mano che si alzava dietro il vetro. Le luci rosse che sparivano sotto la pioggia.

«Potrebbe passare Stefano a prendermi.»

Dall’altra parte ci fu una pausa.

«Come?»

«Passa vicino a casa mia. Potrebbe prendermi lui.»

«Mamma, al mattino Stefano ha i suoi tempi.»

«Anch’io ho i miei.»

La voce di Mirella tremò appena, ma non si fermò.

Laura abbassò il tono.

«Sei ancora arrabbiata per venerdì?»

«Non sono arrabbiata solo per venerdì.»

«E allora per cosa?»

Mirella inspirò lentamente.

«Per il fatto che io devo sempre capire tutti. Devo capire i tuoi orari, le riunioni di Stefano, i malanni dei bambini, il traffico, le urgenze, le vacanze. Ma nessuno si chiede mai se io sono stanca.»

«Mamma, nessuno ti obbliga.»

Quelle parole fecero più male del saluto dalla macchina.

Mirella chiuse gli occhi.

«Hai ragione.»

Laura rimase in silenzio.

«Nessuno mi obbliga. Perciò domani non vengo.»

«Cosa significa che non vieni?»

«Significa che dovrete organizzarvi.»

«Ma io ho la presentazione!»

«E Stefano è il padre dei bambini.»

«Non puoi farci questo all’ultimo momento.»

«Non sono stata io a decidere all’ultimo momento che dovevo arrivare alle sei.»

Laura inspirò bruscamente.

«Non ti riconosco.»

Mirella sentì le lacrime scenderle sul viso.

«Forse perché fino a oggi non mi hai mai guardata davvero.»

Laura chiuse la telefonata.

Il lunedì mattina Mirella si svegliò alle cinque senza bisogno della sveglia. Il corpo era abituato.

Rimase sdraiata, fissando il soffitto.

Pensò a Giulia che cercava i quaderni, a Tommaso che piangeva quando lo vestivano, a Laura che correva da una stanza all’altra. Il senso di colpa arrivò puntuale.

Alle cinque e venti si alzò.

Andò in cucina.

Prese la caffettiera.

Per un attimo pensò di vestirsi e uscire. Avrebbe ancora potuto arrivare.

Poi versò il caffè in una sola tazza.

La sua.

Alle otto ricevette un messaggio.

«Ho dovuto annullare la presentazione. Spero che tu sia contenta.»

Mirella lesse quelle parole almeno dieci volte.

Non era contenta.

Si sentiva malissimo.

Ma non rispose.

Per quattro giorni Laura non chiamò. Nemmeno Stefano.

Il venerdì pomeriggio suonò il campanello.

Sulla porta c’era Giulia con uno zainetto rosa. Dietro di lei, Stefano.

La bambina abbracciò Mirella.

«Nonna, perché non vieni più?»

Mirella guardò il genero.

Stefano aveva il viso stanco. Non sorrideva.

«Possiamo entrare?» chiese.

In cucina Giulia iniziò a disegnare. Stefano rimase seduto con le mani unite sul tavolo.

«Laura è ancora arrabbiata,» disse. «Ma io credo che tu abbia ragione.»

Mirella non rispose.

«Venerdì ti ho vista da lontano.»

Lei lo fissò.

«Potevo fermarmi. C’era la piazzola.»

Mirella sentì il petto stringersi.

«Perché non l’hai fatto?»

Stefano abbassò lo sguardo.

«Perché avrei perso cinque minuti. E non ne avevo voglia.»

La sincerità di quella risposta fu quasi più dolorosa di una scusa.

«E mi hai salutata.»

«Lo so.»

«Come si saluta qualcuno a cui non si deve niente.»

Stefano si passò una mano sul viso.

«Mi sono comportato male.»

«Non si tratta solo di quel giorno.»

«Lo so anche questo.»

Mirella scosse la testa.

«No, non lo sapete. Mi chiamate quando serve qualcosa. Mi dite a che ora devo arrivare. Mi lasciate il bucato, i piatti, la lista della spesa. Ma nessuno mi chiede mai come sto.»

Stefano rimase zitto.

«Non voglio essere ringraziata ogni minuto,» continuò lei. «Voglio solo non sentirmi invisibile.»

Giulia alzò gli occhi dal foglio.

«Io ti vedo, nonna.»

Mirella si portò una mano alla bocca.

La bambina corse ad abbracciarla.

Stefano si alzò lentamente.

«Mi dispiace, Mirella.»

Quella volta non aggiunse giustificazioni.

Due giorni dopo arrivò Laura.

Era sola.

Si sedette sul divano senza togliersi il cappotto.

«Ho passato tutta la settimana a essere furiosa con te,» disse.

Mirella aspettò.

«Poi mercoledì Tommaso ha avuto la febbre. Stefano aveva una consegna. Giulia doveva andare a danza. La casa era un disastro e io ho pensato che non ce l’avrei fatta.»

«E ce l’hai fatta.»

«Sì. Male, ma ce l’ho fatta.»

Laura si asciugò velocemente gli occhi.

«E ho capito che tu lo fai da mesi. Senza lamentarti. E io mi comporto come se mi stessi facendo un favore da poco.»

Mirella si sedette accanto a lei.

«Mi piace stare con i bambini.»

«Lo so.»

«Ma non voglio più sentire che è un mio dovere.»

Laura abbassò la testa.

«Non lo è.»

«E non posso venire tre volte alla settimana.»

«Lo capisco.»

«Una volta. In un giorno stabilito. E non prima delle otto.»

Laura annuì.

«Va bene.»

«Non porterò sempre da mangiare.»

«Va bene.»

«E il bucato lo fate voi.»

Laura fece un piccolo sorriso tra le lacrime.

«Questo farà soffrire soprattutto Stefano.»

Mirella sorrise per la prima volta.

Poi Laura le prese la mano.

«Perdonami, mamma. Ti ho trattata come una soluzione. Non come una persona.»

Mirella non disse subito che andava tutto bene.

Perché non andava tutto bene.

Alcune ferite avevano bisogno di tempo, non di una frase veloce.

Ma strinse la mano della figlia.

«Possiamo ricominciare.»

Da allora Mirella andava dai nipoti ogni mercoledì. Laura le aveva comprato l’abbonamento ai mezzi, anche se lei all’inizio aveva protestato. Stefano passava a prenderla quando gli orari coincidevano. Non sempre. Ma ora chiedeva.

Una mattina di giugno Mirella aspettava l’autobus sotto un cielo limpido. Non aveva borse pesanti, solo una piccola borsa a tracolla.

La macchina di Stefano rallentò accanto al marciapiede.

Lui abbassò il finestrino.

«Mirella, sali? Ti porto io.»

Lei guardò l’orologio.

«Oggi no. Vado al mare con Teresa.»

Stefano sorrise.

«Ottimo programma.»

«Il migliore.»

«Allora buon viaggio.»

Rimase fermo finché lei non attraversò sulle strisce. Poi ripartì.

Mirella lo guardò allontanarsi, ma quella volta non sentì dolore.

Aveva impiegato sessantaquattro anni per capire una cosa semplice: l’amore non si misura da quante volte diciamo sì. A volte il gesto più affettuoso che possiamo fare è smettere di permettere agli altri di dimenticare che esistiamo.

L’autobus arrivò. Mirella salì, si sedette vicino al finestrino e aprì la borsa. Dentro non c’erano lasagne, vestiti da stirare o giocattoli per i nipoti.

C’era un costume da bagno nuovo.

Teresa le aveva tenuto il posto in fondo.

«Allora?» chiese. «Ti senti in colpa?»

Mirella guardò il sole riflettersi sui vetri dei palazzi.

«Un po’.»

«E sei felice?»

Mirella sorrise.

«Molto di più.»

L’autobus si mise in movimento.

Per la prima volta dopo anni non stava attraversando la città perché qualcuno aveva bisogno di lei.

Stava andando da qualche parte perché, finalmente, aveva scelto di avere bisogno anche di se stessa.

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