Il venerdì di Teresa

«Mamma, puoi venire anche questo venerdì, vero?»

Teresa sorrise istintivamente.

Per anni aveva risposto sempre allo stesso modo.

«Certo.»

Quella volta, però, il sorriso si fermò a metà.

Guardò il biglietto appoggiato sul tavolo della cucina. Un semplice foglietto con il nome di una mostra fotografica che desiderava visitare da mesi.

Era la prima volta, dopo la morte del marito, che aveva deciso di regalarsi un pomeriggio tutto per sé.

Respirò lentamente.

«No, Elisa. Questo venerdì non posso.»

Dall’altra parte del telefono calò il silenzio.

«Come sarebbe?»

«Ho un impegno.»

«Ma tu il venerdì stai sempre con i bambini.»

Teresa chiuse gli occhi.

Quelle parole non erano cattive.

Erano sincere.

Ed era proprio questo il problema.

Per sua figlia era diventato naturale pensare che ogni venerdì appartenesse già a qualcun altro.


Quando era andata in pensione, Teresa aveva promesso a se stessa che avrebbe ricominciato a vivere.

Avrebbe letto tutti i libri rimasti sul comodino.

Avrebbe imparato ad acquerellare.

Avrebbe viaggiato almeno una volta all’anno.

Poi erano arrivati i nipoti.

Prima uno.

Poi due.

E ogni progetto era stato rimandato.

«Lo farò più avanti.»

Quel “più avanti” era diventato cinque anni.

Ogni venerdì preparava la cena ai bambini, li aiutava con i compiti, raccontava storie inventate e li metteva a letto.

Lo faceva con amore.

Mai con obbligo.

Ma senza accorgersene, l’amore era stato scambiato per disponibilità infinita.


Quella sera Elisa richiamò.

«Non puoi davvero cambiare programma?»

«No.»

«Marco aveva già organizzato tutto.»

«Mi dispiace.»

«Mamma… è solo una mostra.»

Teresa rimase in silenzio qualche secondo.

«Per te è solo una mostra. Per me è ricordarmi che esisto anche quando non sto aiutando qualcuno.»

Quelle parole uscirono da sole.

E fecero male a entrambe.


Il venerdì arrivò.

Teresa indossò una giacca che non metteva da anni.

Davanti allo specchio si fermò.

«Sembri pronta per un appuntamento», disse sorridendo alla propria immagine.

In un certo senso lo era.

L’appuntamento era con se stessa.

La mostra era splendida.

Passeggiò lentamente tra fotografie in bianco e nero che raccontavano vite sconosciute.

Per la prima volta dopo tanto tempo non guardò continuamente l’orologio.

Nessuno aveva bisogno di lei in quel momento.

E scoprì che non era una colpa.

Era libertà.


Passarono alcuni giorni.

Il telefono squillò.

Era Elisa.

La voce era diversa.

Più calma.

«Mamma… posso chiederti una cosa?»

«Dimmi.»

«Hai ragione.»

Teresa non rispose.

«L’altra sera Marco mi ha chiesto una cosa semplice.»

«Quale?»

«Mi ha domandato quando fosse stata l’ultima volta che ti avevo chiesto cosa avevi voglia di fare tu.»

Teresa sentì gli occhi riempirsi di lacrime.

Nemmeno lei ricordava quella domanda.

«Credo… mai.»


La domenica successiva pranzarono tutti insieme.

I bambini correvano in giardino.

Elisa aiutava a sparecchiare.

A un certo punto prese la mano della madre.

«Ti ho dato per scontata.»

Teresa sorrise con dolcezza.

«Anch’io ho una responsabilità.»

«Perché?»

«Perché ogni volta che volevo dire no… dicevo sì.»

Elisa abbassò lo sguardo.

«Pensavo di chiederti un favore.»

«All’inizio lo era.»

«E poi?»

«Poi è diventata un’abitudine.»


Da quel giorno cambiarono una sola cosa.

Piccola.

Ma importante.

Nessuno dava più per scontato il tempo di Teresa.

Ogni richiesta iniziava con la stessa frase.

«Hai già programmi?»

Qualche volta rispondeva sì.

Qualche volta rispondeva no.

Quando diceva sì ai nipoti, lo faceva con il cuore leggero.

Quando diceva no, nessuno si offendeva più.

Perché avevano finalmente capito che il tempo regalato vale molto di più del tempo preteso.


Qualche mese dopo il nipotino più piccolo le regalò un disegno.

C’erano lui, la sorella, la mamma e la nonna.

Accanto alla nonna aveva disegnato una panchina, un libro e un grande sole.

«Sai perché ti ho fatto così?» le chiese.

«Perché?»

«Perché la mamma dice che anche le nonne hanno bisogno di giornate felici.»

Teresa lo abbracciò forte.

In quel momento capì che non aveva insegnato ai nipoti a volerle meno bene.

Aveva insegnato loro qualcosa di molto più prezioso.

Che amare una persona significa rispettare anche il suo tempo.

Perché l’affetto non cresce quando qualcuno rinuncia sempre a sé stesso.

Cresce quando ognuno è libero di donare ciò che ha, senza sentirsi obbligato.

E il dono più bello, proprio perché è libero, conserva per sempre il suo valore.

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