«Allora, mamma… adesso devi dircelo!» disse Elisa con un sorriso, mentre versava il tè nelle tazze. «Quali sono i grandi progetti per il tuo primo giorno da pensionata? Finalmente niente sveglia, niente ufficio… come festeggerai la tua libertà?»

«Allora, mamma… adesso devi dircelo!» disse Elisa con un sorriso, mentre versava il tè nelle tazze. «Quali sono i grandi progetti per il tuo primo giorno da pensionata? Finalmente niente sveglia, niente ufficio… come festeggerai la tua libertà?»

Anna scoppiò a ridere. Era una risata leggera, autentica, che sembrava appartenere alla ragazza che era stata molti anni prima.

«Dormirò. E dormirò finché il mio corpo non deciderà di svegliarsi. Spegnerò quella maledetta sveglia che mi ha strappata dal letto per trentasette anni. Solo questo mi sembra un lusso.»

Suo marito Carlo abbassò il giornale e la guardò con un mezzo sorriso.

«Davvero? Tutto qui? Pensavo avessi progetti più ambiziosi. Se inizi così, tra un mese non avrai più voglia di fare niente.»

Anna rimase in silenzio per qualche secondo.

«E cosa ci sarebbe di male nel riposare?»

«Riposare sì. Ma stare senza fare nulla? Non è una bella abitudine.»

Elisa intervenne subito.

«Papà, mamma ha lavorato tutta la vita. Ha diritto a godersi un po’ di pace.»

Carlo scrollò le spalle.

«Io dico solo quello che penso.»

Quando uscì dalla stanza, Elisa prese la mano della madre.

«Non ascoltarlo. Secondo me è solo spaventato. Per anni tutto ha funzionato perché c’eri sempre tu.»

Anna abbassò lo sguardo.

«Sai cosa mi sarebbe bastato? Una sola frase. “Brava, te lo sei meritato.” Nient’altro.»


La mattina seguente Anna aprì gli occhi lentamente.

Per qualche istante rimase immobile.

La casa era immersa nel silenzio.

Nessuna sveglia.

Nessuna corsa.

Nessuna ansia.

Guardò l’orologio.

Erano quasi le nove.

Non ricordava l’ultima volta in cui aveva dormito così tanto.

Le vennero le lacrime agli occhi.

Non erano lacrime di tristezza.

Erano lacrime di sollievo.

Preparò il caffè con calma.

Lo bevve seduta sul balcone osservando la città che correva verso il lavoro.

Per la prima volta non doveva correre anche lei.

Quel pomeriggio entrò in una merceria.

Comprò un uncinetto e alcuni gomitoli colorati.

Aveva sempre desiderato imparare a lavorare all’uncinetto.

Ma c’era sempre qualcosa di più urgente.

Il lavoro.

La casa.

La figlia.

I genitori anziani.

Le bollette.

La vita degli altri.

Mai la sua.

Quando tornò, Carlo era seduto sul divano.

«E il pranzo?»

«C’è della pasta in frigorifero.»

«Quindi dovrei scaldarmela da solo?»

Anna sorrise con calma.

«Sì.»

«Da quando?»

«Da quando siamo due adulti che vivono nella stessa casa.»

Carlo la fissò incredulo.

«Questa pensione ti sta cambiando.»

Lei annuì.

«No. Mi sta restituendo me stessa.»


Nei giorni successivi Carlo non smise di commentare ogni cosa.

«Esci di nuovo?»

«Hai comprato altra lana?»

«Passerai tutto il pomeriggio con quell’uncinetto?»

Anna cercava di non reagire.

Ma dentro di sé ricominciava a sentirsi in colpa.

Ogni volta che si sedeva a leggere.

Ogni volta che usciva a fare una passeggiata.

Ogni volta che sorrideva.

Come se il riposo fosse un privilegio da giustificare.

Una domenica Elisa arrivò senza avvisare.

Trovò la madre seduta al tavolo.

Davanti a lei un piccolo maglione per neonati.

Tra le mani l’uncinetto.

Negli occhi le lacrime.

«Mamma… cos’è successo?»

Anna cercò di minimizzare.

Poi raccontò tutto.

La sensazione di dover chiedere scusa per ogni minuto dedicato a sé.

Quella sera Elisa parlò con il padre.

«Papà, posso farti una domanda?»

«Dimmi.»

«Quando è stata l’ultima volta che hai preparato la cena?»

Carlo non rispose.

«O che hai lavato il pavimento?»

Silenzio.

«O che hai detto a mamma: “Adesso ci penso io”?»

Abbassò gli occhi.

Elisa continuò con voce calma.

«Per tutta la vita avete lavorato entrambi. Ma quando tu rientravi dall’ufficio, la tua giornata finiva. Quella della mamma ricominciava.»

Quelle parole gli rimasero dentro.

Per tutta la notte.


Il giorno dopo Carlo entrò in una merceria.

La commessa gli sorrise.

«Posso aiutarla?»

Lui annuì con un certo imbarazzo.

«Mia moglie ha iniziato a lavorare all’uncinetto.»

La donna gli mostrò lane morbidissime e un elegante set di uncinetti.

Quando Anna aprì il pacchetto rimase senza parole.

«Per me?»

«Sì.»

«Perché?»

Carlo sospirò.

«Perché credo di averti dato troppe cose per scontate.»

Lei rimase in silenzio.

«Pensavo che riuscissi a fare tutto senza fatica. Non mi sono mai chiesto quanto fossi stanca.»

Le prese delicatamente la mano.

«Mi dispiace.»

Anna sentì il cuore alleggerirsi.

Quelle due parole non cancellavano il passato.

Ma aprivano finalmente una porta verso il futuro.


Qualche mese più tardi l’insegnante del corso di uncinetto le propose di partecipare a un mercatino artigianale.

«Le sue creazioni sono bellissime.»

Anna rise.

«Le mie?»

«Sì. Hanno qualcosa che non si insegna.»

Accettò.

Fu un successo.

Una giovane coppia comprò una copertina per la loro bambina.

Un’anziana signora acquistò uno scialle.

«Si vede che è fatto con amore.»

Anna si voltò per nascondere le lacrime.

Per anni aveva messo amore in ogni cosa.

Nei pranzi.

Nei vestiti stirati.

Nelle notti passate accanto alla figlia malata.

Nelle cure dedicate ai genitori.

Ma quasi nessuno se n’era accorto.

Ora degli sconosciuti riuscivano a vedere quello che per tanto tempo era rimasto invisibile.


Quella sera Carlo preparò la cena.

Bruciò leggermente il pane.

Esagerò con il sale.

E la pasta era un po’ troppo cotta.

Anna sorrise.

«È buonissima.»

«Davvero?»

«Perché è la prima cena che qualcuno prepara pensando a me.»

Carlo abbassò lo sguardo.

«Vorrei recuperare il tempo perduto.»

«Non possiamo far tornare indietro gli anni.»

«Lo so.»

«Ma possiamo vivere meglio quelli che ci restano.»

Lei gli strinse la mano.

Per la prima volta dopo tanti anni non si sentivano marito e moglie divisi dai ruoli.

Si sentivano compagni.


Con il passare dei mesi la loro casa cambiò.

Le faccende non avevano più un solo proprietario.

Carlo imparò a usare la lavatrice.

A fare la spesa.

A cucinare.

Anna smise di chiedere scusa quando usciva con le amiche.

Ogni mercoledì frequentava il suo corso.

Ogni sabato vendeva le sue creazioni nei mercatini locali.

Un pomeriggio una bambina le chiese:

«Signora, perché sorride sempre quando lavora?»

Anna rimase qualche secondo in silenzio.

Poi rispose:

«Perché per tanti anni ho lavorato solo per dovere. Adesso creo qualcosa per il piacere di farlo.»

La bambina annuì, anche se probabilmente non comprese fino in fondo.

Ma Carlo sì.

Sentì quelle parole e capì quanto tempo sua moglie avesse aspettato per pronunciarle.


Una mattina Anna aprì il cassetto del comodino.

Dentro c’era la vecchia sveglia.

La prese tra le mani.

Tolse le batterie.

La ripose delicatamente.

Non con rabbia.

Con gratitudine.

Quella sveglia aveva accompagnato una vita di sacrifici.

Ma non avrebbe deciso nemmeno un altro giorno del suo futuro.

Si sedette in giardino.

Carlo leggeva il giornale accanto a lei.

Lei lavorava a una copertina per il nipotino di una vicina.

Il sole filtrava tra gli alberi.

L’aria profumava di primavera.

E Anna capì finalmente una cosa.

La pensione non è la fine dell’utilità di una persona.

È l’inizio del tempo restituito.

Del tempo in cui si può finalmente scegliere.

Scegliere di riposare.

Di imparare.

Di creare.

Di vivere.

Perché dopo aver dedicato una vita intera agli altri, non c’è nulla di egoista nel concedere un po’ d’amore anche a se stessi.

E a volte il regalo più prezioso non arriva il giorno della pensione.

Arriva quando qualcuno ti guarda negli occhi e ti dice, con sincerità:

«Grazie. Adesso è il tuo momento.»

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