Per la terza sera consecutiva, il gatto era seduto davanti alla porta di Teresa.

Per la terza sera consecutiva, il gatto era seduto davanti alla porta di Teresa.

Non miagolava. Non graffiava il legno. Non si agitava quando sentiva passi sulle scale.

Restava lì.

Con il muso quasi appoggiato alla fessura sotto la porta e la coda stretta intorno alle zampe, come se sapesse perfettamente dove voleva stare.

Quella sera pioveva da ore. Teresa rientrò dal supermercato con due sacchetti pesanti e lo trovò completamente fradicio.

— Ancora tu?

Il gatto alzò appena la testa.

Teresa lo conosceva. Era il gatto della signora Ada, la vicina del pianerottolo. Un grosso soriano grigio, con il petto bianco e due occhi verdi sempre attenti.

— Vai a casa tua.

Il gatto non si mosse.

— Hai capito? Casa tua è lì.

Teresa indicò la porta di fronte.

Niente.

Alla fine posò i sacchetti, lo prese in braccio e sentì immediatamente l’acqua della pelliccia penetrarle nel cardigan.

Era pesante, caldo e odorava di pioggia, terra bagnata e cortile.

— Santo cielo, Romeo… ma dove sei stato?

Il gatto appoggiò il mento sulla sua spalla.

Teresa sospirò.

— Va bene. Solo finché non ti asciughi.

Mezz’ora dopo Romeo stava divorando del pollo lesso in cucina.

Teresa lo guardava mangiare e più lo guardava, più si irritava.

— Ma ti danno da mangiare in quella casa?

Romeo ripulì il piattino con la lingua.

— A quanto pare no.

Teresa si voltò verso il muro che divideva il suo appartamento da quello di Ada.

Da quasi quattro anni vivevano sullo stesso pianerottolo, ma si conoscevano appena.

Ada era una donna riservata, sempre vestita in modo semplice, con una borsa di tela in mano o un sacchetto della farmacia. Salutava educatamente, ma non si fermava mai a parlare.

Non sedeva con le altre donne del condominio davanti al portone.

Non raccontava nulla.

Non chiedeva nulla.

Teresa aveva finito per considerarla fredda.

Forse persino un po’ altezzosa.

Ora, vedendo Romeo affamato e bagnato, aggiunse un altro giudizio: irresponsabile.

La mattina dopo la incontrò accanto alle cassette della posta.

Ada stava aprendo una busta. Quando alzò il viso, Teresa notò che era molto più pallida del solito.

Il cappotto le cadeva addosso largo.

— Signora Ada.

La vicina si voltò.

— Il suo gatto ha dormito da me.

Ada rimase immobile per un istante.

— Da lei?

— Sì. Ed era zuppo. E affamato.

Teresa sottolineò l’ultima parola.

Si aspettava una reazione.

Una preoccupazione.

Una domanda.

“Ha mangiato?”

“Sta bene?”

“In che condizioni era?”

Invece Ada disse soltanto:

— Meno male.

Teresa la fissò.

— Meno male?

— Che sia andato da lei.

Ada ripiegò la lettera e la infilò in tasca.

Poi chiese:

— Lei resta qui nei prossimi mesi?

— Dove dovrei andare?

— Non so. Da suo figlio, magari.

Teresa si irrigidì.

— Mio figlio vive a Bologna. Io vivo qui.

Ada annuì lentamente.

— Quindi non pensa di trasferirsi.

— No.

Sul volto della donna passò qualcosa che Teresa non seppe interpretare.

Sollievo.

Forse.

— Bene — disse Ada.

Poi si avviò verso le scale.

Teresa stava per risponderle male, ma si fermò.

Ada saliva lentamente.

Una mano stringeva il corrimano.

Dopo pochi gradini si fermò per riprendere fiato.

Quella sera suonarono alla porta.

Era Ada.

Aveva in mano una ciotola di ceramica color avorio, decorata con piccoli limoni blu. Sul bordo c’era una scheggiatura, e lungo un lato correva una crepa riparata con cura.

— È di Romeo — disse.

Teresa prese la ciotola.

— Perché me la porta?

— Mangia sempre lì.

— Va bene, ma può portarselo a casa.

Ada guardò oltre la sua spalla.

Romeo era seduto in corridoio.

Quando vide la padrona, si alzò immediatamente.

Le andò incontro.

Ada si abbassò lentamente e gli accarezzò il muso.

Romeo premette la testa contro il suo palmo e iniziò a fare le fusa.

Teresa rimase in silenzio.

Quello non era il comportamento di un animale trascurato.

Ada chiuse gli occhi per un momento.

— Sei sempre stato testardo — sussurrò al gatto.

Romeo continuò a strusciarsi contro di lei.

— Allora lo porta via? — chiese Teresa.

Ada si alzò con fatica.

— No.

— Ma perché?

Un lungo silenzio.

— Perché con lei starà bene.

— Non capisco.

Ada guardò Teresa negli occhi.

— Non serve capire subito.

Poi si voltò e tornò nel proprio appartamento.

Teresa rimase con la ciotola in mano e una sensazione strana nello stomaco.

Romeo si adattò alla nuova casa in pochi giorni.

Scelse il divano vicino al termosifone come suo territorio personale.

Imparò ad aprire con la zampa l’anta della credenza.

Ogni mattina aspettava Teresa fuori dal bagno.

Ogni pomeriggio, quando lei rientrava dalla spesa, era seduto dietro la porta.

Non faceva feste.

Non correva.

La aspettava soltanto.

E a Teresa quella presenza cominciò a sembrare enorme.

Viveva sola da sei anni.

Suo marito Carlo era morto dopo una malattia breve e feroce.

Il figlio Matteo si era trasferito a Bologna per lavoro. Chiamava quasi ogni domenica.

Sempre più o meno alla stessa ora.

— Mamma, tutto bene?

— Tutto bene.

— Ti serve qualcosa?

— No.

— Allora ci sentiamo domenica prossima.

Teresa non mentiva del tutto.

Stava bene.

Mangiava.

Dormiva.

Pagava le bollette.

Andava dal medico quando serviva.

Ma nessuno le chiedeva com’era andata davvero la giornata.

Nessuno sapeva che a volte preparava due tazze di caffè per abitudine e poi ne versava una nel lavandino.

Con Romeo iniziò a parlare.

All’inizio per scherzo.

Poi sul serio.

— Oggi al mercato i carciofi costavano una follia.

Romeo socchiudeva gli occhi.

— Lo so. Anche io sono scandalizzata.

Gli raccontava delle signore del condominio.

Del ginocchio che le faceva male.

Di Matteo che aveva promesso di venire a trovarla e poi aveva rimandato.

— È impegnato. Ha il lavoro, i bambini. Non è che può stare dietro a me.

Romeo saltava sulle sue ginocchia.

— Tu almeno non hai scuse.

La sera Teresa cominciò a spegnere la televisione.

Preferiva sentire le fusa.

Riempivano il salotto in un modo che nessun programma riusciva a fare.

Un martedì mattina trovò un sacchetto davanti alla porta.

Dentro c’erano confezioni di cibo specifico per gatti anziani, bustine, vitamine e una piccola scatola di medicinali.

Nessun biglietto.

Teresa sapeva perfettamente chi li aveva lasciati.

— Vedi? — disse a Romeo. — La tua padrona si ricorda di comprarti il cibo, però non ti vuole in casa.

Lo disse con un tono accusatorio.

Ma pochi minuti dopo, mentre lavava la vecchia ciotola, si fermò.

La crepa era stata riparata con una precisione quasi maniacale.

Qualcuno aveva incollato i due lembi, levigato il bordo e passato sopra una sottile resina trasparente.

Teresa accarezzò il punto con il pollice.

Perché riparare una ciotola così vecchia?

Una nuova sarebbe costata pochi euro.

Da quel giorno iniziò a osservare la porta di Ada con più attenzione.

Non la vedeva quasi mai uscire.

Una volta sentì tossire a lungo dall’altra parte del muro.

Un’altra sera vide la luce accesa alle tre del mattino.

Pensò di bussare.

Non lo fece.

“Non voglio essere invadente”, si disse.

Una frase che le sarebbe rimasta addosso per molto tempo.

Due settimane dopo, una Fiat scura si fermò davanti al condominio.

Ne scese una donna sui quarant’anni, magra, con i capelli raccolti in fretta e due scatoloni nel bagagliaio.

Teresa la vide salire al piano e aprire la porta di Ada con una chiave propria.

Più tardi, uscendo per andare in farmacia, trovò la porta dell’appartamento aperta.

C’erano valigie nel corridoio.

Vestiti piegati.

Scatole.

E soprattutto un odore.

Teresa lo riconobbe subito.

Ospedale.

Disinfettante.

Medicinali.

Quell’odore amaro che una volta imparato non si dimentica più.

La donna uscì sul pianerottolo con una scatola in mano.

— Lei è Teresa?

— Sì.

La sconosciuta posò lo scatolone per terra.

— Io sono Silvia. La figlia di Ada.

Teresa avvertì qualcosa stringerle lo stomaco.

— Sua madre sta bene?

Silvia abbassò gli occhi.

— La portiamo via oggi. Verrà a stare con me a Bologna.

— Perché?

Silvia rimase in silenzio per qualche secondo.

— Perché non può più stare sola.

Teresa sentì il sangue gelarsi.

— Che cosa ha?

— Un tumore.

Una parola sola.

E improvvisamente tutto cambiò significato.

Il cappotto troppo grande.

La pelle pallida.

La mano sul corrimano.

Le luci accese di notte.

Il cibo lasciato davanti alla porta.

La domanda: “Lei resta qui nei prossimi mesi?”

Teresa appoggiò una mano al muro.

— Da quanto?

— Quasi otto mesi.

— Otto mesi?

Silvia annuì.

— Io l’ho saputo soltanto recentemente.

— Ma lei è sua figlia.

Silvia sorrise senza allegria.

— Proprio per questo non voleva dirmelo. Diceva che avevo già abbastanza problemi.

Teresa non riuscì a parlare.

Quante volte aveva detto la stessa cosa a Matteo?

“Non voglio disturbarti.”

“Pensa ai bambini.”

“Sto bene.”

Silvia si chinò verso una scatola.

— Mamma mi ha chiesto di darle queste cose.

Le porse una cartellina.

Dentro c’erano il libretto sanitario di Romeo, i certificati delle vaccinazioni, i referti del veterinario, il numero di una clinica.

Poi un foglio scritto a mano.

“Romeo beve poco, meglio aggiungere acqua al cibo umido.

Non sopporta il tonno.

Ha paura dei temporali.

Se si nasconde nell’armadio, non tirarlo fuori.

La visita annuale è a settembre.”

Teresa dovette distogliere lo sguardo.

— Aveva preparato tutto?

— Da settimane.

Silvia fece una pausa.

— Sa qual è stata la sua paura più grande?

Teresa scosse la testa.

— Non la malattia.

Silvia guardò verso la porta dell’appartamento.

— Romeo.

Teresa si sentì mancare.

— Mio padre lo aveva trovato quando era piccolissimo. In un parcheggio, sotto una macchina. Lo portò a casa dentro la giacca.

Silvia sorrise appena.

— Papà è morto cinque anni fa. Da allora mamma e Romeo erano rimasti soli.

Teresa pensò alla ciotola.

— Quella vecchia ciotola…

Silvia annuì.

— L’aveva comprata mio padre il primo giorno.

Teresa chiuse gli occhi.

La crepa riparata.

La ceramica levigata.

L’ostinazione di non buttarla.

Non era tirchieria.

Non era abitudine.

Era memoria.

In quel momento Ada comparve sulla soglia.

Teresa quasi non la riconobbe.

Era molto magra.

Indossava una sciarpa leggera sulla testa e un cappotto che sembrava appartenere a un’altra persona.

— Posso salutarlo? — chiese.

Teresa non rispose.

Entrò nel proprio appartamento, prese Romeo in braccio e tornò fuori.

Il gatto vide Ada.

Si agitò immediatamente.

Teresa lo mise a terra.

Romeo attraversò il pianerottolo di corsa.

Ada si inginocchiò con fatica e lo strinse.

Questa volta non cercò di nascondere niente.

Premette il viso nella sua pelliccia.

Le spalle iniziarono a tremare.

Romeo le mise una zampa sul petto.

— Amore mio… — sussurrò Ada.

Teresa sentì gli occhi riempirsi di lacrime.

Tutto ciò che aveva pensato di quella donna le tornò addosso.

Fredda.

Indifferente.

Irresponsabile.

Aveva sbagliato tutto.

— Ada… — disse.

La donna alzò lo sguardo.

— Mi dispiace.

— Per cosa?

Teresa inspirò.

— Per averla giudicata.

Ada la guardò a lungo.

Poi fece un piccolo sorriso.

— È più facile giudicare che spiegarsi.

— Avrebbe potuto dirmelo.

— Non riuscivo.

— Perché?

Ada continuò ad accarezzare Romeo.

— Perché se le avessi detto che stavo male, lei avrebbe accettato Romeo per pietà. Io non volevo questo.

— E cosa voleva?

— Sapere che lei gli avrebbe voluto bene anche senza sapere niente di me.

Teresa abbassò la testa.

Ada continuò:

— La prima volta è venuto da lei da solo. Io l’ho cercato per tutto il corridoio. Poi l’ho sentita parlare con lui dietro la porta.

Teresa la guardò sorpresa.

— Parlare?

Ada rise piano.

— Gli stava spiegando perché il prosciutto cotto non era adatto ai gatti.

Teresa, nonostante tutto, rise.

— Be’, è vero.

— E ho pensato: una donna che discute seriamente con un gatto sconosciuto forse è una persona affidabile.

Le due donne si guardarono.

Per la prima volta non erano più semplicemente vicine di casa.

— Mi faccia una promessa — disse Ada.

— Quale?

— Non lo mandi via quando si siede davanti alla porta.

Teresa corrugò la fronte.

— Perché dovrebbe farlo?

Ada abbassò lo sguardo su Romeo.

— Quando è triste, fa così. Si siede davanti a una porta e aspetta.

Teresa si morse il labbro.

— Aspetta cosa?

Ada accarezzò il dorso del gatto.

— Qualcuno che apra.

Poi lo baciò tra le orecchie.

— Vai.

Romeo non si mosse.

Ada ripeté, con la voce più ferma:

— Vai a casa.

Casa.

Non “da Teresa”.

Casa.

Il gatto guardò Ada.

Poi Teresa.

Infine attraversò lentamente il pianerottolo ed entrò nell’appartamento.

Ada rimase a fissarlo finché sparì dietro la porta.

Fu l’ultima volta che Teresa la vide.

Quella sera aprì la busta che Silvia le aveva lasciato.

Dentro c’era una sola pagina.

“Teresa,

se sta leggendo questa lettera, significa che Romeo è davvero rimasto con lei.

La ringrazio.

So che può sembrare strano affidare una parte così importante della propria vita a una persona che si conosce appena.

Ma in certi momenti si capiscono cose che prima sembravano complicate.

Il tempo si accorcia.

Le cose inutili cadono.

E restano soltanto quelle essenziali.

Romeo è stato la mia famiglia quando la mia famiglia era lontana.

Dopo la morte di mio marito, dormiva dal suo lato del letto. Per anni non ho avuto il coraggio di spostarlo.

Quella vecchia ciotola è brutta, lo so. L’ho aggiustata più volte.

Ma l’aveva scelta mio marito.

Ogni volta che la vedevo, ricordavo il giorno in cui entrò in casa con un gattino nascosto sotto la giacca e disse:

‘Ada, non arrabbiarti. Credo che siamo diventati in tre.’

Adesso tocca a lei essere la sua casa.

Non mi deve nulla.

Le chiedo soltanto una cosa.

Parli con lui.

È bravo ad ascoltare.

E forse farà bene anche a lei.”

Teresa arrivò all’ultima frase e dovette fermarsi.

Romeo era seduto davanti alla porta.

Nello stesso punto in cui lo aveva trovato la prima sera.

Teresa scivolò a terra accanto a lui.

— Lei lo sapeva — sussurrò.

Romeo fissava il corridoio.

— Sapeva anche di me.

Il gatto appoggiò lentamente la testa contro il suo braccio.

Ada morì tre mesi dopo.

Silvia chiamò Teresa una mattina presto.

Non servì che dicesse molto.

La voce bastava.

— È successo stanotte.

Teresa chiuse gli occhi.

— Ha sofferto?

— No. Era tranquilla.

Silvia rimase in silenzio.

Poi aggiunse:

— Ieri sera mi ha chiesto ancora di Romeo.

Teresa si portò una mano alla bocca.

— Cosa voleva sapere?

— Se mangiava. Se dormiva. Se aveva ancora paura dei temporali.

— E lei cosa le ha detto?

— Che sta bene.

Silvia fece una pausa.

— Le ho detto che dorme sul divano, che è ingrassato e che ormai comanda lui in casa.

Teresa sorrise tra le lacrime.

— È tutto vero.

— Mamma ha sorriso.

Passò qualche mese.

Un sabato Matteo arrivò senza preavviso.

Con i bambini.

Con una torta comprata in autogrill.

Teresa aprì la porta e rimase sorpresa.

— Che ci fate qui?

— Siamo venuti a pranzo.

— Ma io non ho preparato nulla.

— Ordiniamo una pizza.

Teresa li fece entrare.

Romeo si nascose per dieci minuti, poi uscì e conquistò immediatamente i bambini.

La casa si riempì di rumore.

Scarpe in corridoio.

Bicchieri sul tavolo.

Risate.

Briciole.

Per qualche ora Teresa si accorse di respirare in modo diverso.

A fine giornata, quando i bambini dormivano sul divano, Matteo rimase in cucina con lei.

— Mamma.

— Dimmi.

— Perché non mi hai mai detto che eri così sola?

Teresa stava per rispondere automaticamente:

“Non ero sola.”

Ma guardò la vecchia ciotola di Romeo.

Aveva smesso di usarla per il cibo.

Ora dentro c’era una piccola pianta di basilico.

La crepa era ancora visibile.

Teresa passò un dito sul bordo.

— Perché non volevo essere un peso.

Matteo abbassò lo sguardo.

— Tu non sei un peso.

Teresa sentì un dolore sottile nel petto.

— Lo so.

Poi aggiunse:

— Però quando uno passa anni a dire “sto bene”, alla fine gli altri iniziano a crederci.

Matteo rimase in silenzio.

— Avrei dovuto chiedertelo meglio.

— Sì.

Teresa lo guardò.

— Avresti dovuto chiedermelo due volte.

Matteo le prese la mano.

Da quel giorno cominciò a chiamare più spesso.

Non sempre.

Non perfettamente.

Ma abbastanza da farle capire che qualcosa era cambiato.

E anche Teresa cambiò.

Quando aveva bisogno di compagnia, smise di dire:

“Non importa.”

Quando Matteo chiedeva se poteva venire, smise di rispondere:

“Non disturbarti.”

Una domenica disse persino:

— Vieni. Ho fatto le lasagne.

E non si sentì in colpa.

Una sera d’autunno scoppiò un temporale.

I tuoni fecero tremare i vetri.

Romeo sparì.

Teresa ricordò immediatamente la lettera.

Aprì l’armadio del corridoio.

Il gatto era rannicchiato sul ripiano più basso.

— Ah, eccoti.

Si sedette sul pavimento.

Non cercò di tirarlo fuori.

Restò lì accanto.

— Sai, tua Ada mi aveva avvertita.

Romeo aprì gli occhi.

— Diceva che non dovevo disturbarti quando avevi paura.

Un tuono scosse il palazzo.

Teresa sorrise piano.

— Aveva capito molte cose.

Dopo qualche minuto Romeo uscì da solo.

Si sedette accanto a lei.

Teresa lo accarezzò.

Sul mobile dell’ingresso c’era una fotografia che Silvia le aveva regalato.

Ada giovane.

Suo marito accanto.

E un minuscolo Romeo tra le loro braccia.

Teresa guardò quella foto a lungo.

Poi guardò la vecchia ciotola con la crepa.

Aveva finalmente capito che alcune cose rotte non vanno buttate.

Non perché siano preziose.

Ma perché raccontano chi le ha tenute insieme.

Le persone fanno lo stesso.

Si aggiustano come possono.

Nascondono le crepe.

Le levigano.

Le coprono.

E spesso continuano a dire “va tutto bene” anche quando stanno reggendo la propria vita con le ultime forze.

Per questo Teresa, da allora, quando qualcuno le diceva:

— Sto bene.

Non si accontentava più sempre della prima risposta.

A volte chiedeva:

— Sicuro?

E qualche volta quella seconda domanda cambiava tutto.

Romeo continuò per anni ad avere una strana abitudine.

Ogni tanto, la sera, andava a sedersi davanti alla porta.

Non miagolava.

Non graffiava.

Aspettava.

Teresa non lo mandava via.

Si sedeva accanto a lui.

E per qualche minuto guardavano insieme il pianerottolo silenzioso e la porta di fronte, dietro la quale non abitava più Ada.

Teresa non sapeva se i gatti ricordano le persone come le ricordiamo noi.

Non sapeva se Romeo aspettasse davvero qualcuno.

Ma una cosa la sapeva.

Ada aveva pensato al futuro del suo gatto mentre il proprio futuro si stava accorciando.

Aveva rinunciato alla presenza che più la consolava per assicurarsi che quella creatura non restasse sola dopo di lei.

E in quel gesto aveva salvato due vite senza saperlo.

Quella di Romeo.

E quella di Teresa.

Perché certe porte si aprono per far entrare un animale.

E solo molto dopo ci accorgiamo che, quella sera, dall’altra parte c’era anche una parte di noi che aspettava di essere salvata.

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