«NESSUNA DONNA CON UN PO’ DI BUON SENSO PORTEREBBE A CASA UNA BAMBINA CHE POTREBBE NON SVEGLIARSI DOMANI» — MI DISSE L’ASSISTENTE SOCIALE. POI LEI SENTÌ LA MIA VOCE E SMise DI PIANGERE

— Signora, devo essere molto chiara con lei. Questa non è una bambina che si porta a casa pensando che l’amore possa risolvere tutto. Potrebbe metterla a letto la sera e trovarla senza vita al mattino.

L’assistente sociale pronunciò quelle parole guardandomi dritto negli occhi.

Non voleva ferirmi.

Credo volesse proteggermi.

Ma in quel momento provai una rabbia che non avevo mai sentito prima.

— E allora? — domandai.

Lei aggrottò la fronte.

— Come, scusi?

— Se davvero potrebbe morire così presto, allora dovrebbe avere ancora più bisogno di qualcuno accanto. Non meno.

Mi chiamo Elena Rinaldi. Avevo quarantun anni quando accadde tutto e vivevo a Bologna, in un appartamento al quarto piano di una palazzina dove conoscevo i vicini abbastanza da salutarli sulle scale, ma non abbastanza da invitarli a cena.

Ero sola.

Non era sempre stato così.

A trent’anni ero convinta che avrei avuto una famiglia.

Avevo perfino conservato in una scatola alcune piccole cose comprate senza dirlo a nessuno: un paio di calzini minuscoli, un libro illustrato, una copertina color crema trovata durante un viaggio.

Poi erano arrivati gli esami.

Le cure.

Le attese.

Le telefonate degli ospedali.

I medici che all’inizio dicevano:

— Proviamo ancora.

Poi:

— Vediamo come risponde.

Infine:

— Forse dovrebbe cominciare a considerare altre possibilità.

Le “altre possibilità”.

Due parole educate per dirti che il futuro che avevi immaginato non sarebbe arrivato.

Per qualche anno non volli più sentir parlare di bambini.

Quando un’amica rimaneva incinta ero felice per lei e contemporaneamente sentivo qualcosa spezzarsi dentro di me.

Mi vergognavo di quella sensazione.

Così imparai a sorridere.

A quarantun anni la mia vita funzionava perfettamente.

Lavoravo in uno studio di amministrazione condominiale.

Pagavo il mutuo.

Avevo una macchina che partiva quasi sempre al primo colpo.

La domenica pranzavo con mia sorella Chiara e i suoi figli.

Non ero infelice.

Ma quando rientravo la sera e chiudevo la porta, il silenzio sembrava aspettarmi.

Fu per questo che un martedì mattina entrai in un ufficio dei servizi sociali.

Non avevo deciso di adottare.

Non ancora.

Volevo informarmi sull’affido.

Capire.

Ascoltare.

Tornare a casa con qualche documento e pensarci per settimane.

La donna davanti a me si chiamava Paola.

Stava spiegandomi la procedura quando qualcuno bussò.

Entrò un’infermiera.

Aveva una cartellina sotto il braccio.

— Scusami, Paola. È urgente.

Le due donne si scambiarono uno sguardo.

— La piccola dell’ospedale ha avuto un’altra crisi stamattina. La saturazione è scesa di nuovo. Cardiologia chiede una decisione.

Paola abbassò la voce.

— Nessuna disponibilità?

— Nessuna.

— Neanche la coppia di Modena?

L’infermiera scosse la testa.

— Dopo il colloquio con il cardiologo hanno rinunciato.

Paola si massaggiò la fronte.

— Lo immaginavo.

Io ero ancora lì.

— Di chi state parlando?

Paola tornò immediatamente professionale.

— Di una situazione che non riguarda il suo percorso, signora Rinaldi.

— È una bambina?

Silenzio.

— Sì.

— Quanti anni ha?

— Mesi. Sei.

— E cosa ha?

Paola sospirò.

— Una grave cardiopatia congenita. È stata abbandonata alla nascita. Ha bisogno di ossigeno in alcuni momenti, terapia farmacologica e controlli continui. Probabilmente dovrà essere operata.

— Probabilmente?

L’infermiera intervenne:

— Quasi certamente.

— E nessuno la vuole?

Paola ebbe un’esitazione.

— Non userei queste parole.

— Ma è quello che sta succedendo.

Non rispose.

Mi alzai.

— Voglio vederla.

— No.

La risposta arrivò immediatamente.

— Perché?

— Perché lei è entrata qui meno di un’ora fa per chiedere informazioni. Questa bambina è un caso estremamente complesso.

— Voglio solo vederla.

Paola si tolse gli occhiali.

— Elena, mi ascolti. Due famiglie hanno già rinunciato dopo aver parlato con i medici. Non perché siano cattive persone. Hanno avuto paura.

— Anch’io ho paura.

— Non ha ancora visto niente.

— Allora me la faccia vedere.

Ci vollero quasi cinquanta minuti.

Alla fine l’infermiera mi accompagnò in una struttura collegata all’ospedale pediatrico.

Ricordo ancora quel corridoio.

Le pareti color pesca.

L’odore di disinfettante.

Un carrello pieno di biberon.

Il rumore ritmico di un apparecchio dietro una porta.

Poi entrammo.

C’erano tre lettini.

Due vuoti.

Nel terzo c’era lei.

Non so spiegare quanto fosse piccola.

Aveva un berrettino bianco e una tutina gialla troppo larga sulle gambe.

Sotto il naso passava una cannula.

Sul piedino c’era un braccialetto.

Un codice.

Nessun nome.

Mi avvicinai.

— Posso toccarla?

— Piano — disse l’infermiera.

La bambina era agitata.

Muoveva le mani.

Faceva quel pianto debole dei bambini che sembrano non avere abbastanza fiato nemmeno per protestare.

Non sapevo cosa fare.

Così parlai.

— Ciao, piccolina.

Continuò a piangere.

— Non so nemmeno perché sono qui, sai?

L’infermiera mi guardò sorpresa.

Io continuai.

— Stamattina dovevo soltanto chiedere informazioni. Avevo anche lasciato la macchina in un parcheggio da un’ora. A quest’ora avrò già preso una multa.

Il pianto diminuì.

Mi chinai un po’ di più.

— Ecco. Quindi almeno tu potresti collaborare.

La bambina smise.

Completamente.

Aprì gli occhi.

Mi guardò.

Sentii qualcosa stringermi il petto.

— Ha sentito la sua voce — disse l’infermiera.

Allungai un dito.

Lei lo afferrò.

Era una presa debole.

Eppure io non riuscivo più a muovermi.

Guardai il braccialetto.

— Come si chiama?

L’infermiera abbassò lo sguardo.

— Nei documenti c’è un codice identificativo. Qui, per comodità…

Si interruppe.

— Per comodità cosa?

— La chiamiamo Otto. È il numero del lettino assegnato inizialmente.

Sentii salire la rabbia.

— Otto non è un nome.

— Lo so.

Guardai di nuovo quella faccina.

— Viola.

— Come?

— Si chiama Viola.

L’infermiera sorrise.

— Perché Viola?

Scossi la testa.

— Non lo so. Mi sembra Viola.

Tornai il giorno dopo.

E quello dopo ancora.

Dopo una settimana conoscevo il reparto quasi quanto le infermiere.

Imparai a darle le medicine con una piccola siringa.

A leggere il saturimetro senza impazzire per ogni variazione.

A tenerla in braccio con i tubicini sistemati correttamente.

Imparai soprattutto quanto può essere spaventoso amare qualcuno che pesa poco più di cinque chili.

Mia sorella cercò di fermarmi.

— Elena, pensaci.

— Ci penso continuamente.

— No. Intendo pensaci davvero.

Eravamo nella mia cucina.

Chiara aveva davanti una tazza di caffè ormai fredda.

— Se questa bambina muore tra un mese?

Abbassai gli occhi.

— Non lo so.

— Tra sei mesi?

— Non lo so.

— E tu cosa fai dopo?

Alzai la testa.

— E lei cosa fa adesso?

— Che significa?

— Tutti continuano a chiedermi cosa succederà a me se Viola morirà. Nessuno mi chiede cosa succederà a Viola se nessuno la prende perché potrebbe morire.

Chiara rimase immobile.

Poi si coprì il viso con le mani.

— Ho paura per te.

— Anch’io.

Il giorno dopo venne con me.

Portò un piccolo coniglio di stoffa.

— Non dire niente — mi disse. — L’ho visto e basta.

Viola lo tenne accanto per anni.

Nove giorni dopo ricevetti una telefonata.

Era Paola.

— Deve venire subito.

— Cos’è successo?

— Viola ha avuto una crisi importante.

Mi mancò il respiro.

— È viva?

— Sì. Ma i cardiologi vogliono intervenire.

— Quando?

Ci fu una pausa.

— Stanotte.

Arrivai in ospedale senza ricordare quasi nulla del tragitto.

Paola mi aspettava con alcuni documenti.

— Possiamo predisporre un affido d’urgenza, ma deve capire cosa comporta. Da quel momento sarà lei a prendere alcune decisioni sanitarie.

— Datemi la penna.

— Elena, aspetti.

— Non c’è tempo.

— Proprio per questo deve capire.

Mi mise davanti un foglio.

Consenso all’intervento cardiochirurgico.

Sentii le mani diventare fredde.

— Può morire durante l’operazione?

Paola non rispose.

Lo fece il medico.

— Sì.

— E senza operazione?

— Potrebbe avere un’altra crisi in qualsiasi momento. E la prossima potrebbe non essere reversibile.

Guardai attraverso il vetro.

Viola era lì.

Minuscola sotto una coperta.

Pensai a tutte le volte in cui avevo chiesto alla vita una certezza.

Un figlio.

Una famiglia.

Qualcuno che restasse.

E la vita mi aveva sempre risposto di no.

Adesso mi chiedevano di scegliere senza alcuna certezza.

Presi la penna.

Firmai.

Prima che la portassero in sala operatoria mi lasciarono stare con lei qualche minuto.

Le presi la manina.

— Viola.

Aprì appena gli occhi.

— Non ti posso promettere che andrà tutto bene.

La voce mi si spezzò.

— Però posso prometterti che quando aprirai gli occhi io sarò qui.

Mi fermai.

— Quindi tu cerca di tornare, va bene?

Le porte della sala operatoria si chiusero alle 23:17.

Ricordo l’ora esatta.

A mezzanotte camminavo avanti e indietro.

Alle due non sentivo più le gambe.

Alle quattro Chiara arrivò con due caffè.

— Perché sei qui?

— Perché sei mia sorella.

— I bambini?

— Con Marco.

Si sedette accanto a me.

— Notizie?

Scossi la testa.

Alle 5:42 uscì il chirurgo.

Mi alzai.

Non riuscivo a fare domande.

Lui si tolse la mascherina.

— L’intervento è riuscito.

Le ginocchia cedettero.

Chiara mi afferrò.

— È viva? — riuscii a dire.

— Sì.

Una parola.

Tre lettere.

Un mondo intero.

Ma la strada non finì lì.

Ci furono giorni di terapia intensiva.

Un’infezione.

Una notte in cui i medici tornarono a correre intorno al suo letto.

Ci furono momenti in cui pensai che Paola avesse avuto ragione.

Che non ero abbastanza forte.

Poi Viola apriva gli occhi sentendo la mia voce.

E io restavo.

Sempre.

Tre mesi dopo la portai a casa.

Avevo trasformato il soggiorno in una specie di piccola infermeria.

Farmaci in ordine.

Numeri d’emergenza sul frigorifero.

Saturimetro sul comodino.

Una borsa pronta accanto alla porta.

La prima notte non dormii.

Alle tre Viola fece un piccolo rumore.

Saltai in piedi.

Stava semplicemente russando.

Mi misi a ridere.

Poi a piangere.

Poi di nuovo a ridere.

— Sei tremenda — le dissi.

Lei continuò a dormire.

Passarono gli anni.

Viola subì un secondo intervento quando aveva quattro anni.

Fece fisioterapia.

Controlli.

Esami.

Ma fece anche tutte quelle cose che nessuno aveva osato promettermi.

Il primo giorno all’asilo.

La recita di Natale vestita da stella, anche se si rifiutò di mettere il cappello.

Le ginocchia sbucciate.

Le pareti scarabocchiate.

Il primo dentino caduto.

La prima volta che disse:

— Mamma.

Aveva quasi due anni.

Io ero in bagno.

Uscii correndo con lo spazzolino in bocca.

— Cosa hai detto?

Viola mi guardò e scoppiò a ridere.

— Mamma!

Mi sedetti sul pavimento e piansi.

Lei pensò che fosse un gioco e cominciò a ridere ancora più forte.

Quando aveva nove anni, mi chiese della cicatrice sul petto.

Le raccontai la verità.

Non tutta insieme.

Ma abbastanza.

Le dissi che era nata con un cuore molto malato.

Che aveva avuto bisogno di medici bravissimi.

Che per qualche tempo non c’era stata una mamma accanto al suo letto.

— E poi?

— Poi sono arrivata io.

— Mi hai scelta?

La domanda mi sorprese.

— Credo che ci siamo scelte.

Viola rimase in silenzio.

— Ma sapevi che potevo morire?

Sentii il vecchio gelo nello stomaco.

— Sì.

— E non sei scappata?

Le accarezzai i capelli.

— Volevo scappare.

— Davvero?

— Certo.

— E perché non l’hai fatto?

Ci pensai.

— Perché avevo più paura che tu restassi sola che di perderti.

Lei annuì con la serietà che solo i bambini sanno avere.

Poi disse:

— Meno male che sei fifona nel modo giusto.

Scoppiammo a ridere.

Oggi Viola ha quattordici anni.

È alta quasi quanto me.

Ha capelli ricci che considera ingestibili, una passione per il disegno e l’abitudine di lasciare bicchieri d’acqua in ogni stanza della casa.

Il cardiologo continua a seguirla.

Ci sono cose che deve evitare.

Ci saranno altri controlli.

Forse altre difficoltà.

Nessuno mi ha mai consegnato quella garanzia che cercavo tanto.

Qualche mese fa stavamo sistemando un armadio quando trovai la vecchia cartellina.

Dentro c’era una copia del primo documento.

Viola la prese.

— Questa ero io?

— Sì.

Indicò il codice.

— E questo numero?

Esitai.

— Prima che ti chiamassi Viola, per un po’ ti identificavano così.

Mi guardò incredula.

— Non avevo un nome?

— Nei documenti sì, ma lì nessuno lo usava davvero.

Rimase in silenzio.

Poi posò il foglio.

— Che tristezza.

— Sì.

Mi abbracciò.

A quattordici anni gli abbracci sono diventati rari, quindi quando succedono cerco di non muovermi troppo per paura di interromperli.

— Mamma?

— Dimmi.

— Grazie per avermi dato un nome.

Chiusi gli occhi.

— Il nome è stata la parte facile.

— E quella difficile?

Pensai alla sala operatoria.

Alle notti senza dormire.

Ai monitor.

Alla paura.

Alle firme messe con la mano che tremava.

Poi guardai mia figlia.

— Capire che amare qualcuno significa accettare di non poter controllare quanto tempo resterà con te.

Viola fece una smorfia.

— Mamma, certe volte parli proprio da vecchia.

— Grazie.

— Prego.

Prese la cartellina e la rimise nell’armadio.

Poi uscì dalla stanza gridando che aveva fame.

Rimasi lì da sola.

Sul tavolo c’era ancora quella vecchia fotografia scattata in ospedale.

Una bambina minuscola.

Un tubicino sotto il naso.

La mia mano accanto alla sua.

Per anni, quando qualcuno veniva a sapere della nostra storia, mi diceva:

«Hai salvato quella bambina».

Non ho mai saputo cosa rispondere.

Perché io ricordo perfettamente la donna che ero prima di entrare in quella stanza.

Avevo una casa.

Un lavoro.

Amici.

Una famiglia che mi voleva bene.

Avevo tutto ciò che serviva per vivere.

Eppure attraversavo le giornate cercando soprattutto di non soffrire più.

Viola mi ha insegnato qualcosa che nessun medico, nessun libro e nessun corso avrebbe potuto insegnarmi.

Evitare di amare qualcuno perché potremmo perderlo non ci protegge dal dolore.

Ci protegge dalla vita.

Quella sera, prima di andare a dormire, passai davanti alla sua camera.

La porta era socchiusa.

Viola dormiva con un braccio fuori dalle coperte. Sul comodino c’erano il telefono, tre elastici per capelli e quel vecchio coniglio di stoffa che mia sorella aveva comprato il secondo giorno.

Entrai senza fare rumore.

Mi sedetti sul bordo del letto.

Per un istante tornai a quattordici anni prima.

Alla stanza d’ospedale.

Al monitor.

Alla bambina che nessuno voleva prendere perché nessuno poteva promettere che sarebbe arrivata al mattino.

Appoggiai una mano sulla sua schiena.

Sentii il respiro.

Calmo.

Regolare.

Uno.

Due.

Tre.

Viola si mosse senza svegliarsi.

— Mamma… — borbottò.

— Sono qui.

Non so se mi sentì.

Ma quelle due parole mi fecero tornare alla promessa fatta davanti alla sala operatoria.

Non le avevo promesso una vita lunga.

Non potevo.

Non le avevo promesso che non avrebbe sofferto.

Non dipendeva da me.

Le avevo promesso soltanto che, se avesse riaperto gli occhi, mi avrebbe trovata lì.

Quattordici anni dopo sto ancora mantenendo quella promessa.

E quando qualcuno mi domanda se fui coraggiosa a portare a casa una bambina che avrebbe potuto non vedere il mattino, penso sempre la stessa cosa.

No.

Non fui coraggiosa.

Avevo una paura terribile.

Semplicemente, a un certo punto, capii che quella bambina non aveva bisogno di una donna senza paura.

Aveva bisogno di una donna disposta a restare nonostante la paura.

Perché nessun bambino dovrebbe dover dimostrare di avere davanti molti anni per meritare una famiglia.

Anche se ci fosse stato concesso un solo giorno, Viola avrebbe meritato di trascorrerlo sapendo di essere la figlia di qualcuno.

E invece di giorni ne abbiamo avuti migliaia.

Migliaia di mattine che, secondo qualcuno, forse non sarebbero mai arrivate.

Ogni tanto, quando la vedo attraversare la cucina spettinata, arrabbiata perché non trova le scarpe o intenta a protestare per un compito di matematica, penso alla bambina dietro quel vetro.

Quella senza un nome usato da nessuno.

Quella che strinse il mio dito.

E vorrei poter tornare indietro per sussurrarle una cosa:

“Resisti, piccola.

Non so quanto sarà lunga la strada.

Ma tra poco qualcuno aprirà quella porta.

E da quel momento non dovrai più percorrerla da sola”.

Like this post? Please share to your friends:
Uniad
Leave a Reply

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: