Il mio sorriso da assistente di volo era perfetto quando vidi mio marito salire sul volo per Parigi con l’amante al braccio e due carte d’imbarco di prima classe in mano. «Riunione a Milano», mi aveva scritto quella mattina Andrea. La donna lo teneva stretto come un trofeo e, appena incrociò la mia uniforme, disse: «Possiamo avere champagne appena seduti?». Pensavano che la crudeltà più grande fosse costringermi a servirli. Non avevano idea che io sapessi già perché Francesca aveva scelto proprio quel volo.
Ritta accanto al portellone del Volo Air Italia 742, nella mia giacca blu notte, continuai a sorridere come mi avevano insegnato a fare durante le turbolenze, le emergenze e i passeggeri in preda al panico. «Benvenuti a bordo», dissi con voce calda.
Andrea si bloccò così di colpo che l’uomo dietro di lui rischiò di centrarlo con la valigia. Conoscevo ogni espressione di mio marito da nove anni: il sorriso finto dei clienti, la smorfia stanca quando voleva che smettessi di fare domande, il broncio colpevole dopo un acquisto costoso. Quella faccia non l’avevo mai vista. Paura pura.
Francesca, che gli stringeva il braccio con dita affusolate, era bella nel modo studiato di chi usa la bellezza come un’arma. Abito di seta color crema, orecchini di diamanti, capelli biondi su una spalla. Mi guardò, poi guardò lui. Capì. Ma a differenza di mio marito, lo sgomento le durò poco. «Scusi», mi disse, «possiamo avere champagne una volta seduti?».
«Certo, signora. I vostri posti sono 2A e 2B. Da questa parte.»
“Signora”. Andrea sussultò a quella singola parola garbata più che se lo avessi schiaffeggiato. I passeggeri premevano alle loro spalle, un bambino frignava, le rotelle di un bagaglio a mano cigolavano sul finger. Mio marito fece l’unica cosa che poteva fare: mi passò accanto tenendosi l’amante al fianco.
Li vidi raggiungere le poltrone di prima classe. Francesca si chinò verso di lui sussurrandogli qualcosa, convinta che io non potessi vederla. Invece il riflesso sul pannello scuro della cambusa me la mostrò benissimo. Sorrideva mentre parlava. Più tardi Andrea mi avrebbe riferito le parole esatte: «Avrà capito tutto. Che figura per lei». Quello fu il primo errore di Francesca: credere che io fossi imbarazzata. Il secondo fu pensare che avessi scoperto la tresca solo quando erano saliti a bordo.
Una settimana prima avevo trovato la valigia di Andrea nascosta dietro la porta chiusa del suo studio. Mi aveva detto che andava a Milano solo con la borsa del computer. Dentro c’erano camicie di lino, un dopobarba costoso, nuovi gemelli e abiti che nessun uomo mette in valigia per una riunione d’affari. Non lo affrontai. Non piansi. Aggiunsi la sua cravatta blu preferita, poi richiusi tutto esattamente come l’avevo trovato.
Adesso, a diecimila metri sopra le Alpi, attraversai la cabina con due flûte di champagne. Francesca alzò subito il suo. «A Parigi», disse. Andrea non riuscì neppure a toccare il calice. Appoggiai il bicchiere sul suo tavolino e mi chinai quel tanto che bastava perché sentisse solo lui. «Ti ho messo in valigia la cravatta blu». Gli colò via il sangue dal viso. Mi allontanai mentre finalmente capiva che non ero inciampata nella verità: ci stavo nuotando dentro da giorni.
Mezz’ora dopo Francesca indossò una mascherina di seta e chiuse gli occhi. Andrea fissava il vuoto. Mi fermai accanto a lui. «Signor Conti», dissi a volume abbastanza alto da restare professionale. «Posso parlarle un attimo in cambusa?».
Mi seguì subito. Non avevo ancora del tutto accostato la tenda che già sussurrava: «Giulia, posso spiegare…». Lo guardai, l’uomo che avevo sposato. «Hai sempre saputo spiegare. Era il tuo dono». Strinse la bocca. «Stavo per dirtelo». «No. Saresti tornato da Parigi e mi avresti lasciata lavare via l’odore d’albergo dalle tue camicie». Abbassò la voce: «Ti prego, non qui». Quasi scoppiai a ridere. Non qui. Aveva portato un’altra donna sul mio aereo, nel mio posto di lavoro, davanti ai miei colleghi, e all’improvviso voleva riservatezza.
Infilai la mano nella tasca dell’uniforme e tirai fuori un foglio piegato con l’intestazione della compagnia. Mi era stato recapitato alla casella dell’equipaggio il giorno prima della partenza. Due posti in prima classe. Andrea Conti. Francesca De Luca. Pagati con la carta aziendale di Andrea. Sotto la prenotazione qualcuno aveva aggiunto una nota: “Viaggio di anniversario. Rendilo indimenticabile”. Andrea lesse due volte. «Non l’ho scritto io.» «Lo so.» Alzò la testa. «Cosa?» «Non sei stato tu a scrivere la nota.»
La tenda si mosse alle sue spalle. Francesca era lì, la mascherina ancora sollevata sulla fronte. Per la prima volta da quando era salita a bordo, la sua sicurezza vacillò. Mi rivolsi a mio marito: «Chiedile perché ha scelto questo volo». Andrea si girò verso di lei. Francesca non aprì bocca. Quel silenzio gli confessò più di qualunque parola.
Fu allora che mi voltai verso di lei e parlai io, con calma. «Francesca non voleva solo portarti a Parigi, Andrea. Voleva farlo sul mio aereo. Ha chiamato l’ufficio viaggi dicendo che avevi bisogno di una prenotazione urgente per una trasferta, e ha insistito perché il volo fosse questo, il mio, con la scusa che era l’unico ancora disponibile in prima classe. Poi ha chiesto al suo contatto in amministrazione di aggiungere la nota d’anniversario. Una beffa pensata per essere letta da me. Voleva vedermi distrutta mentre ti servivo champagne accanto a lei.» Andrea impallidì ancora di più. Francesca serrò le labbra, le pupille contratte. «Era il suo modo di vincere», conclusi, «solo che ha dimenticato una cosa: io non perdo.»
Feci scivolare di nuovo la mano in tasca. Stavolta tirai fuori una busta sigillata che portavo con me dal primo mattino. Francesca notò il marchio stampato su un angolo prima ancora di Andrea. La sua espressione cambiò all’istante, come se avesse riconosciuto la firma di un boia. Il giorno dopo aver scoperto la valigia, non avevo telefonato a mio marito. Avevo fotocopiato le registrazioni della prenotazione, salvato i dettagli della carta di credito aziendale e spedito un’unica mail che Andrea non si sarebbe mai aspettato da me.
«Giulia», sussurrò, «che cosa hai fatto?». Infilai un dito sotto il sigillo. Francesca fece un passo indietro. Aprii la busta.
All’interno c’era una comunicazione ufficiale su carta intestata della loro stessa azienda, la TecnoLogica. Il logo blu in rilievo era inconfondibile. La lessi a voce bassa, scandendo ogni parola: «A seguito della segnalazione pervenuta al nostro servizio di audit interno, abbiamo avviato una verifica immediata sull’uso improprio dei fondi aziendali da parte dei signori Andrea Conti e Francesca De Luca. Il viaggio a Parigi, prenotato con la carta di rappresentanza per scopi personali e con l’aggravante di aver falsificato la causale come “incontro clienti”, costituisce violazione grave del codice etico. Comunichiamo pertanto l’apertura del procedimento disciplinare e la sospensione cautelare con effetto immediato di entrambi i dipendenti in attesa della conclusione dell’istruttoria. Cordialmente, Lorenzo Ferrero.»
Porsi la lettera ad Andrea. Francesca allungò il collo per leggere, il suo respiro si fece corto. «Sei stata tu…», mormorò. «Io ho solo inoltrato una segnalazione. Erano i vostri nomi, le vostre firme, i vostri scontrini a parlare.»
Andrea era impietrito. Guardava il foglio come se le lettere danzassero. «Giulia, ti prego, possiamo…» «Possiamo cosa? Aspettare l’atterraggio e poi tornare a casa e dimenticare?» scossi la testa. «No, Andrea. Il viaggio l’avete prenotato voi. Godetevelo. Sarà l’ultimo che potrete permettervi con lo stipendio che avete perso.»
Detto questo mi chinai un’ultima volta, questa volta per sussurrare nell’orecchio di Francesca: «Hai scelto il mio volo perché volevi vedere la mia faccia mentre ti servivo. Ma io ho scelto di restare su questo aereo per vederti la faccia adesso. Ne è valsa la pena». Lei indietreggiò fino a urtare il carrello delle bevande. Poi senza dire una parola tornò al suo posto, trascinandosi Andrea per un polso.
Rimasi qualche secondo dietro la tenda. Poi mi avvicinai all’interfono. Schiacciai il pulsante con la stessa calma con cui si aziona una manetta del gas prima di un decollo. «Signore e signori, buon pomeriggio. Parlo a nome dell’equipaggio di cabina. Vi informo soltanto che oggi abbiamo a bordo due passeggeri molto speciali, in prima classe, che stanno festeggiando una… nuova partenza. Nient’altro. Grazie per l’attenzione.» Silenzio in cabina, poi qualche mormorio, poi un applauso sparso, trascinato dalla curiosità. Lei e lui sprofondarono nei sedili. Non si mossero per tutto il resto del volo.
All’atterraggio, mentre i passeggeri raccoglievano i bagagli, passai volutamente davanti alla fila uno. Li guardai dritto negli occhi e, con il sorriso più radioso del mio repertorio, dissi: «Arrivederci, signor Conti. E arrivederci, signorina De Luca. Air Italia vi ringrazia per aver volato con noi. Speriamo di non rivedervi mai più». Poi rimasi immobile, le mani giunte, a osservarli scendere le scale, minuscoli e già soli nell’aria fresca di Roissy.
Quando l’ultimo passeggero fu sbarcato, il mio capo cabina mi fece l’occhiolino. Sapeva tutto. Mi ero confidata con lui due giorni prima. «Ha funzionato?», chiese. «Perfettamente», risposi. Tornai in cabina vuota, mi sedetti sul sedile 2A, quello che aveva occupato mio marito, e per la prima volta da nove anni chiusi gli occhi senza sentire il peso di un tradimento. Il mio aereo era pulito e silenzioso, e io ero leggera come non lo ero mai stata, senza più niente da nascondere o da attendere.
