Avevo cinquantanove anni quando portai a casa quello che, nella mia testa, doveva diventare il decimo uomo importante della mia vita.

Avevo cinquantanove anni quando portai a casa quello che, nella mia testa, doveva diventare il decimo uomo importante della mia vita.

Il decimo e, possibilmente, l’ultimo.

Chiusi la porta dell’appartamento, appoggiai la borsa sulla sedia dell’ingresso e stavo per chiedergli se preferisse caffè o vino quando lui si fermò davanti a una vecchia fotografia.

Poi si voltò verso di me.

Mi prese per le spalle.

Non con violenza.

Come se avesse paura che potessi sparire.

—Tu sei Natalia.

Risi.

—Certo che sono Natalia. Dopo tre settimane ancora non hai imparato il mio nome?

Lui scosse lentamente la testa.

—No. Tu sei proprio quella Natalia.

Pronunciò allora il mio cognome da ragazza.

Quello che nessuno usava da quasi quarant’anni.

Mi mancò il respiro.

Lo guardai meglio.

I capelli erano ormai grigi. Il viso più largo, segnato dall’età. C’erano rughe che un tempo non esistevano e un’ombra di barba che rendeva difficile riconoscere i lineamenti di quel ragazzo magro che avevo conosciuto a diciannove anni.

Ma gli occhi erano gli stessi.

—Vittorio?

Lui lasciò andare le mie spalle.

—Finalmente.

Dovetti sedermi.

Davanti a me non c’era più il fresatore del reparto cinque.

C’era il mio primo marito.

L’uomo che avevo lasciato dopo appena un anno di matrimonio perché ero convinta che fosse senza ambizioni.

L’uomo del quale avevo detto, con tutta la sicurezza arrogante dei vent’anni:

“Con uno così non si va da nessuna parte”.

E ora, quasi quattro decenni dopo, quello stesso uomo era entrato di nuovo in casa mia.

Solo che io non l’avevo riconosciuto.

Tutto era cominciato meno di un mese prima.

Quel giorno ero appena uscita dal tribunale dopo il divorzio da Giorgio.

Giorgio era stato il mio ultimo marito ufficiale.

Un uomo mite, pensione dignitosa, appartamento di proprietà e due figlie adulte che non mi avevano mai accettata.

A essere sincera, qualche motivo glielo avevo anche dato.

Avevo proposto a Giorgio di vendere il suo grande appartamento, comprarne uno più piccolo e usare parte del denaro per vivere finalmente un po’.

Una macchina migliore.

Un viaggio in Sicilia.

Un bagno nuovo.

Qualche mese senza dover fare conti ogni volta che entravamo in un ristorante.

—Abbiamo quasi sessant’anni —gli dicevo. — A chi dobbiamo lasciare tutto? Alle pareti?

Le sue figlie, invece, la vedevano diversamente.

—Papà, quella donna vuole il tuo appartamento.

—Papà, appena vendi casa ti lascia.

—Papà, pensa a noi.

Le discussioni diventarono continue.

Alla fine Giorgio si arrese.

Una sera si sedette davanti a me con le mani intrecciate sul tavolo.

—Natalia, non voglio passare gli anni che mi restano litigando.

—Nemmeno io.

—Ti do una somma. Una cifra seria. Ma l’appartamento resta mio e noi ci separiamo senza guerre.

Accettai.

Non ero innamorata abbastanza da combattere.

E forse neppure lui.

Così uscimmo dal matrimonio quasi come si chiude un contratto.

Quando tornai al mio palazzo a Bologna, trovai due vicine sedute sulle sedie vicino al portone.

Loredana e Mirella.

Donne che potevano raccontarti chi aveva litigato con chi anche se la lite era avvenuta tre piani sopra, a finestre chiuse.

Loredana vide la cartellina che avevo sotto il braccio.

—Allora?

—Fatto.

—Divorziata?

—Divorziata.

Mirella si sporse in avanti.

—E ti ha lasciato qualcosa?

—Abbastanza.

Lei batté le mani.

—Allora non è un divorzio. È una liquidazione.

Mezz’ora dopo erano entrambe nella mia cucina.

Sul tavolo c’erano pane, mortadella, formaggio, olive, una bottiglia di vino e tre bicchieri.

Dopo il secondo bicchiere, Mirella mi guardò con aria curiosa.

—Natalia, ma quanti uomini hai avuto davvero?

—Tre mariti.

Loredana quasi si strozzò.

—Non ti ha chiesto quanti certificati di matrimonio hai. Ti ha chiesto quanti uomini.

Sospirai.

—Va bene. Contiamo.

Il primo era stato Vittorio.

Ci eravamo conosciuti all’istituto tecnico.

Avevamo entrambi vent’anni, poca roba in tasca e un’idea completamente diversa del futuro.

Vittorio amava le macchine utensili.

Io amavo l’idea di migliorare la mia condizione.

Erano anni in cui sembrava che tutti volessero mettersi in proprio.

Uno apriva un’officina.

Un altro comprava e rivendeva auto.

Un altro ancora partiva con un furgone pieno di merce e tornava con soldi che un operaio normale avrebbe guadagnato in mesi.

Io guardavo quella gente e pensavo:

“Ecco. Quella è vita”.

Vittorio, invece, entrò in fabbrica.

Reparto meccanico.

Turni.

Tuta blu.

Stipendio sicuro.

—Hai davvero intenzione di restare lì? —gli chiedevo.

—Per ora sì.

—E poi?

—Vedremo.

—Vittorio, gli altri stanno costruendo qualcosa.

—Anch’io sto costruendo qualcosa.

—Cosa?

—Un mestiere.

Ridevo.

Pensavo fosse una risposta da perdente.

Lui non beveva.

Non giocava.

Non mi tradiva.

Portava lo stipendio a casa.

Riparava tutto ciò che si rompeva.

Ma io non vedevo niente di tutto questo.

Vedevo soltanto che non aveva un’azienda, non aveva una macchina bella e non parlava di diventare ricco.

Dopo un anno chiesi il divorzio.

Ricordo ancora quella sera.

Vittorio era seduto in cucina.

—Sei sicura?

—Sì.

—Perché?

—Perché con te non andrò da nessuna parte.

Abbassò gli occhi.

Poi si tolse la fede.

—Spero che un giorno tu trovi qualcuno che ti sembri abbastanza.

All’epoca mi offesi.

Pensai che fosse una frecciata.

Solo molti anni dopo capii che era stato quasi un augurio.

Dopo Vittorio arrivò Massimo.

Aveva denaro, ma anche un carattere impossibile.

Poi ci fu un uomo molto religioso, una storia confusa che preferisco ancora oggi non approfondire.

Il quarto fu Carlo.

Più grande di me.

Solido.

Benestante.

Fu lui a comprarmi l’appartamento in cui vivo ancora oggi.

Da Carlo ebbi mio figlio, Andrea.

Carlo morì quando Andrea era ancora giovane.

Dopo di lui arrivò Enrico, che scriveva poesie bellissime ma sembrava convinto che le bollette si pagassero con le metafore.

Poi Paolo.

Gentile, affettuoso, presente.

Peccato che sua moglie fosse altrettanto presente.

Lo scoprii quando venne direttamente a casa mia.

Ci fu poi Stefano, che se ne andò nel periodo in cui Andrea si preparava per l’accademia militare e io avevo occhi solo per mio figlio.

Dopo Stefano arrivò Marco.

Otto anni più giovane di me.

Auto nuova.

Bella casa.

Molto attento all’aspetto.

Per quasi tre anni credette che fossimo quasi coetanei.

Poi vide un documento.

Scoprì la mia vera età.

Un mese dopo aveva già una donna più giovane.

Infine Giorgio.

Mirella contò sulle dita.

—Nove.

—Nove.

Loredana alzò il bicchiere.

—Allora ne manca uno.

—Uno cosa?

—Il decimo. E poi basta.

Ridacchiai.

—Basta perché?

—Perché prima o poi dovrai pur trovare uno che non scappa.

Quella frase, nata per scherzo, mi rimase in testa.

Il decimo.

Perché no?

Lavoravo come vice responsabile della programmazione in un grande stabilimento industriale fuori città.

Conoscevo quasi tutti.

Capi reparto, tecnici, magazzinieri, manutentori.

Cominciai quasi senza accorgermene a osservare gli uomini che avevo intorno.

Le condizioni erano semplici.

Libero.

Non troppo più vecchio di me.

Con un lavoro.

Senza moglie nascosta.

Senza figli pronti a fare la guerra per un appartamento.

E possibilmente con un minimo di buon senso.

A cinquantanove anni scoprii che quelle richieste erano molto più ambiziose di quanto sembrassero.

Poi arrivò quel venerdì.

Un ordine importante era rimasto bloccato.

Mancavano quaranta dadi speciali che dovevano essere spediti il giorno seguente.

Entrai nel reparto cinque furibonda.

—Come è possibile che nessuno se ne sia accorto?

Il capo reparto urlò contro il capoturno.

Il capoturno contro il magazzino.

Alla fine trovarono i pezzi quasi finiti.

Mancavano soltanto alcune scanalature.

Il capo reparto gridò:

—Date tutto a Vittorio!

Un operaio dai capelli grigi si avvicinò.

Guardò il disegno tecnico.

—Venti ore di lavorazione.

—Devono uscire oggi.

—Oggi non ha venti ore.

—Ti paghiamo lo straordinario.

Lui non si scompose.

—Il problema non sono le ore. Il problema è che se oggi lo faccio in metà tempo, domani qualcuno decide che da allora in poi quella sarà la nuova norma.

Il capo reparto cominciò a perdere la pazienza.

Intervenni.

—Signor Vittorio, faccia il possibile oggi. La maggiorazione la firmo io e garantisco personalmente che nessuno toccherà il tempo standard.

Lui alzò lo sguardo.

Mi fissò.

Per qualche secondo ebbi la sensazione strana che volesse dirmi qualcosa.

—Va bene —rispose infine.

Restò fino a tardi.

Le parti partirono.

Il cliente non seppe mai quanto eravamo andati vicini al disastro.

Qualche giorno dopo lo incontrai alla mensa.

—Ha ricevuto il premio?

—Sì.

—E nessuno ha cambiato i tempi?

—No.

—Allora ho mantenuto la promessa.

Lui sorrise.

—Questa volta sì.

Mi fermai.

—Questa volta?

—Modo di dire.

Avrei dovuto insospettirmi.

Non lo feci.

Cominciammo a parlare.

Prima cinque minuti.

Poi venti.

Poi una sera prendemmo un caffè fuori.

Scoprii che era divorziato da molti anni.

Aveva una figlia adulta che viveva in Francia.

Viveva solo.

Aveva un’auto vecchia.

Un appartamento piccolo.

Nessun debito.

Nessun bisogno di vantarsi.

Era l’uomo più normale che avessi frequentato da moltissimo tempo.

E quella normalità, contro ogni mia vecchia abitudine, iniziò a piacermi.

Dopo qualche settimana cenammo insieme in una trattoria.

Mangiammo tortellini e arrosto.

Parlammo per ore.

A un certo punto gli chiesi:

—Ma tu non hai mai voluto fare altro nella vita?

—Altro cosa?

—Carriera. Un’attività tua. Guadagnare di più.

Si asciugò la bocca con il tovagliolo.

—Ho sempre guadagnato abbastanza.

—“Abbastanza” è una parola pericolosa.

—Perché?

—Perché chi si accontenta resta fermo.

Lui sorrise appena.

—Oppure sa dove vuole stare.

Quella frase mi irritò.

Ma non abbastanza da farmi andare via.

Anzi.

Quella sera gli proposi di salire da me.

Ed eccoci lì.

Nel mio ingresso.

Davanti a quella fotografia.

—Vittorio —dissi ancora. — Perché non me l’hai detto?

—Perché volevo capire se mi avresti riconosciuto.

—Sono passati quasi quarant’anni.

—Anche per me.

—Tu invece mi hai riconosciuta.

—Quasi subito.

—Come?

Fece un mezzo sorriso.

—Il modo in cui sei entrata in reparto ordinando a tutti cosa fare non è cambiato molto.

—Molto spiritoso.

Andammo in cucina.

Preparai il caffè più per avere qualcosa da fare che per sete.

Le mani mi tremavano.

—Quindi mi hai invitata fuori sapendo chi ero.

—Sì.

—Per vendicarti?

—No.

—Per prenderti gioco di me?

—Neanche.

—Allora perché?

Vittorio guardò la tazzina.

—Curiosità.

—Di cosa?

—Volevo vedere chi era diventata la ragazza che mi aveva lasciato perché pensava che fossi senza futuro.

Quelle parole mi fecero male.

—E allora? Hai visto?

—Non ancora.

—Chiedi pure.

Mi guardò.

—Sei stata felice?

Rimasi immobile.

—Ho avuto una vita piena.

—Non ti ho chiesto questo.

—Ho un figlio meraviglioso. Ho lavorato. Ho viaggiato. Ho una casa.

—Natalia. Sei stata felice?

Il silenzio diventò pesante.

Mi arrabbiai perché non sapevo rispondere.

—Non hai il diritto di giudicarmi.

—Non ti sto giudicando.

—Lo stai facendo eccome.

—No. Ti sto facendo una domanda.

—E tu? Sei felice? Sei rimasto quarant’anni davanti a una fresatrice e adesso vuoi dimostrarmi che avevi ragione?

Vittorio si irrigidì.

—Non devo dimostrarti niente.

—Allora cosa vuoi?

Si alzò.

—Sicuramente non diventare il tuo numero dieci.

Mi gelai.

—Chi ti ha parlato del decimo?

—Nessuno.

Indossò la giacca.

—Ma ho capito che stai ancora scegliendo gli uomini come se dovessero superare un colloquio.

Aprì la porta.

—Buonanotte, Natalia.

Quella notte dormii pochissimo.

Non riuscivo a dimenticare la domanda.

Eri felice?

Avevo avuto soldi.

Case.

Regali.

Viaggi.

Relazioni.

Un figlio di cui ero fiera.

Ma ogni volta che provavo a rispondere, mi accorgevo che avevo sempre usato altre parole.

Comoda.

Sicura.

Soddisfatta.

Divertita.

Mai davvero felice.

Per una settimana evitai il reparto cinque.

Poi il lavoro mi costrinse a tornarci.

Vittorio era alla macchina.

Finsi di non vederlo.

—Natalia.

Mi voltai.

—Che c’è?

—Dobbiamo comportarci così per molto?

—Io mi comporto normalmente.

Lui sorrise.

—No. Tu normalmente parli molto di più.

—E tu normalmente fai sempre il filosofo?

—Solo quando serve.

Mi avvicinai.

—Mi hai fatta sentire una stupida.

Spense la macchina.

—Io?

—Sì.

—Ti ho solo chiesto se eri stata felice.

—Appunto.

—Se una domanda fa così male, forse non è la domanda il problema.

Me ne andai furiosa.

Due giorni dopo Vittorio non venne al lavoro.

Chiesi al capoturno.

—Ha avuto un malore. È in ospedale.

Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.

—È grave?

—Pare di no. Pressione alta.

Andai a trovarlo quella stessa sera.

Era seduto sul letto e litigava con un’infermiera perché voleva essere dimesso.

Quando mi vide sollevò le sopracciglia.

—Sei venuta a controllare i tempi di produzione?

—Sono venuta a vedere se hai intenzione di morire prima della pensione.

—Sempre romantica.

Mi sedetti.

Per alcuni minuti restammo in silenzio.

Poi chiesi:

—Perché non sei mai tornato?

Vittorio smise di sorridere.

—Sono tornato.

—Quando?

—Sei mesi dopo il divorzio.

Lo guardai incredula.

—Dove?

—Sotto casa tua.

—Non ti ho mai visto.

—Perché ti ho visto io prima.

Abbassò lo sguardo.

—Avevo messo da parte un po’ di soldi. Avevo comprato un anello. Non costava molto. Volevo chiederti di riprovarci.

Mi si chiuse la gola.

—E poi?

—Ti ho vista scendere da una macchina con un uomo.

Sapevo perfettamente chi fosse.

Massimo.

—Ridevi —continuò. — Sembravi felice. Ho pensato che avevi trovato quello che cercavi.

—Non l’avevo trovato.

—Io non potevo saperlo.

Quelle parole mi trafissero.

Per tutta la vita avevo raccontato la nostra storia dal mio punto di vista.

Io avevo lasciato un uomo senza ambizioni.

Io avevo scelto di andare avanti.

Io avevo cercato di migliorare la mia vita.

Non avevo mai pensato a lui in piedi sotto casa mia con un anello in tasca.

—Mi dispiace —dissi.

—Per cosa?

—Per come ti ho trattato.

Vittorio non disse nulla.

—Pensavo che il tuo valore dipendesse da quanto riuscivi a guadagnare. Mi vergognavo del tuo lavoro. Ero convinta che dovessi diventare diverso perché io potessi essere fiera di te.

Lui inspirò lentamente.

—Sai qual è la cosa peggiore?

—Quale?

—Che per anni ho pensato che forse avevi ragione. Che forse ero davvero troppo poco.

Le lacrime mi arrivarono agli occhi.

—Non eri troppo poco.

—Ci ho messo tempo a capirlo.

—Anch’io.

—Tu un po’ di più.

Risi e piansi nello stesso momento.

Allungai una mano.

Lui la prese.

Non tornammo insieme quel giorno.

Non sarebbe stato credibile.

Eravamo due persone di quasi sessant’anni con quaranta anni di vita separata sulle spalle.

Vittorio aveva avuto un matrimonio.

Una figlia.

Una madre malata che aveva assistito fino alla fine.

Io avevo avuto nove relazioni importanti, un figlio, divorzi, lutti, soldi persi, soldi guadagnati e un carattere che non era diventato più semplice con l’età.

Dovemmo conoscerci di nuovo.

Litigavamo.

Molto.

Una volta cercai di convincerlo a cambiare macchina.

—La tua è vecchia.

—Funziona.

—Fa rumori strani.

—Anch’io faccio rumori strani e non mi hai ancora sostituito.

—Parlo sul serio.

—Anch’io.

Un’altra volta gli comprai una giacca costosa.

Lui guardò il prezzo.

—Riportala indietro.

—Perché?

—Perché ne ho una.

—La tua sembra uscita da un documentario degli anni Ottanta.

—Allora è vintage.

—Vittorio!

Mi guardò.

—Natalia, non ho bisogno che tu mi migliori.

Quelle parole mi fermarono.

Perché era esattamente ciò che avevo fatto per tutta la vita.

Avevo sempre cercato di migliorare gli uomini.

Il loro lavoro.

Il loro aspetto.

Il loro reddito.

La casa.

Le abitudini.

Come se amare qualcuno significasse correggerlo.

Posai la borsa con la giacca.

—Va bene.

Lui mi osservò sospettoso.

—Tutto qui?

—Non esagerare. Potrei cambiare idea.

Scoppiò a ridere.

Qualche mese dopo vennero a trovarmi Loredana e Mirella.

Vittorio era in cucina a preparare la pasta al ragù.

Mirella si avvicinò e mi parlò sottovoce.

—Allora?

—Allora cosa?

—Questo è il decimo?

Guardai Vittorio.

Stava brontolando perché avevo messo un coltello buono in lavastoviglie.

Sorrisi.

—No.

—Come no?

—È il primo.

Mirella mi fissò come se il vino non fosse ancora stato servito e io fossi già ubriaca.

Non spiegai.

Un anno dopo, il giorno del mio sessantesimo compleanno, Vittorio mi portò a fare una passeggiata lungo il Reno.

Era una giornata fresca.

Ci sedemmo su una panchina.

Lui infilò una mano nella tasca.

—Se tiri fuori delle caramelle, sappi che non ne voglio.

—Una volta potevi stare zitta due minuti?

—No.

—Lo ricordavo.

Tirò fuori una scatolina.

Dentro c’era un anello semplice.

Niente pietra enorme.

Niente marca.

Niente da mostrare alle amiche.

E proprio per questo mi vennero le lacrime.

—Quarant’anni fa ne avevo comprato uno —disse. — Non sono riuscito a dartelo.

Abbassai lo sguardo.

—Questo costa di più?

—Poco.

—Meno male.

Rise.

Poi diventò serio.

—Non voglio essere migliore degli uomini che hai avuto.

—Non devi.

—Non voglio competere con nessuno.

—Non devi fare neanche quello.

—Voglio solo sapere se adesso vuoi restare.

Guardai quell’uomo dai capelli bianchi.

Le mani grandi.

Le piccole cicatrici sulle dita.

Gli stessi segni del lavoro che da ragazza avevo considerato la prova della sua mancanza di futuro.

Mi accorsi che avevo passato metà della vita cercando qualcuno che avesse più ambizione di lui.

Più soldi.

Più fascino.

Più prestigio.

Più promesse.

E alla fine mi ero innamorata della cosa che a vent’anni mi sembrava troppo poco:

uno che restava.

—Sì —dissi.

—Sì cosa?

—Sì, voglio restare.

Ci sposammo in autunno.

Una cerimonia piccola.

Io con un vestito blu scuro.

Lui con un completo che aveva comprato protestando per tre giorni sul prezzo.

Andrea riuscì a venire.

Durante il pranzo alzò il bicchiere.

—Mamma, per tutta la vita mi hai insegnato che bisogna scegliere bene.

—E allora?

—Mi fa piacere sapere che hai seguito il tuo stesso consiglio.

—Con un piccolo ritardo —aggiunse Vittorio.

Tutti risero.

Io pure.

Quella sera tornammo a casa.

Mi sedetti accanto a lui sul divano.

Presi una delle sue mani.

Era ruvida.

Segnata dal lavoro.

Una volta quelle mani mi sembravano il simbolo di una vita modesta.

Ora vedevo altro.

Quarant’anni di responsabilità.

Lavoro.

Pazienza.

Cose riparate invece di buttate.

Persone assistite invece di abbandonate.

Promesse mantenute senza bisogno di annunciarle.

—Vittorio?

—Dimmi.

—Sai qual è la parte assurda?

—Con te ce ne sono parecchie.

Gli diedi una gomitata.

—Se potessi tornare a vent’anni, forse penserei di nuovo che tu non abbia abbastanza ambizione.

Lui rise.

—Allora è una fortuna che tu ne abbia sessanta.

—Maleducato.

—Moglie.

Appoggiai la testa sulla sua spalla.

Fu allora che capii davvero.

Per anni avevo creduto che una vita felice dovesse essere una vita che gli altri guardavano con invidia.

Una bella macchina.

Un uomo importante.

Una casa grande.

Viaggi.

Conti pieni.

Qualcosa da mostrare.

Avevo confuso il valore con il prezzo.

La sicurezza con il possesso.

L’ambizione con la ricchezza.

E avevo scoperto tardi che ci sono persone che non brillano affatto quando entrano in una stanza.

Non raccontano grandi progetti.

Non fanno promesse spettacolari.

Non ti regalano la sensazione di aver vinto qualcosa.

Semplicemente ci sono.

Quando stai male.

Quando invecchi.

Quando diventi difficile.

Quando smetti di essere la donna che poteva attirare tutti gli sguardi.

Quando la vita non ha più bisogno di essere impressionante e comincia ad avere bisogno di essere vera.

A volte penso a quella ragazza di vent’anni che disse a Vittorio:

“Con te non andrò da nessuna parte”.

Aveva ragione, in un certo senso.

Con lui non sarei andata da nessuna parte di straordinario.

Non avrei inseguito ogni promessa.

Non avrei collezionato partenze.

Non avrei cercato continuamente una vita diversa.

Forse sarei semplicemente rimasta.

E per anni avevo pensato che “rimanere” fosse il contrario di vivere.

Adesso so che può essere una delle forme più profonde della felicità.

Non posso recuperare quarant’anni.

Non posso cancellare le persone che ho ferito.

Non posso fingere che tutti i miei errori siano stati necessari per arrivare qui.

Alcuni erano soltanto errori.

Ma la vita, ogni tanto, ha una misericordia strana.

Non ti restituisce ciò che hai perso com’era prima.

Te lo rimette davanti cambiato.

Più vecchio.

Più fragile.

Più vero.

E ti chiede soltanto:

“Adesso riesci a riconoscerlo?”

Io avevo avuto bisogno di nove uomini, molti addii e quasi una vita intera per capire ciò che a vent’anni non avevo saputo vedere.

Il decimo uomo non arrivò mai.

Perché quello che entrò dalla mia porta era ancora il primo.

E questa volta, quando mi prese la mano, non ebbi più nessuna voglia di cercare qualcosa di meglio.

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