Settantamila euro. Era il conto che Matteo avrebbe dovuto pagare per il suo sogno. Lo tenevo stampato nella borsa, insieme alla visura catastale. Non per vendetta. Dopo quattro mesi senza una telefonata vera, avevo smesso di credere ai miracoli.
L’aeroporto di Bologna alle undici e mezza. Tre passeggini in fila, mia madre che si sventagliava con un giornale, io con un cartone scritto a pennarello: «Bentornato papà». Bianca, Nora ed Emma dormivano. La piccola aveva perso la tettarella blu. L’ho cercata sotto il passeggino per dieci minuti, poi ho lasciato perdere. Ho comprato una bottiglietta d’acqua al distributore: un euro e cinquanta. Mia madre ha commentato che con un euro e cinquanta ci faceva la spesa per due giorni. Non le ho risposto.
Poi mi è tornata in mente quella sera di marzo. Matteo era rientrato con una busta della Costa Crociere. Rideva, mi aveva preso per le spalle, quasi mi sollevava.
«Amore, è il viaggio della vita. Quattro mesi.»
Non era un viaggio di coppia. Era la sua avventura. Ma io ero felice per lui. Abbiamo attaccato le foto della nave al frigo, come quando avevamo vent’anni.
Due settimane dopo, l’ecografia. Il medico è rimasto zitto un bel po’.
«Non è uno. Sono tre.»
Ho riso. Poi ho pianto.
«La gravidanza è ad alto rischio. Da oggi riposo quasi assoluto.»
In macchina, tornando a casa, pensavo: Matteo rinuncerà. Non poteva esserci un’altra possibilità.
E invece no.
«Non posso buttare via un’occasione così. Capisci? Tua madre ti aiuta.»
Ha preparato la valigia. Io non l’ho fermato. Perché se un uomo vuole andarsene, puoi gridare quanto vuoi: è già partito. Mi ha promesso una telefonata al giorno. La prima settimana l’ha fatto. La seconda un po’ meno. Poi solo foto sui social: piscine, cene, tramonti. Io contavo le contrazioni e dormivo trenta minuti di seguito.
A trentuno settimane sono arrivate le bambine. Tre. Ognuna pesava poco più di un chilo. Le ho fotografate con le mani ferme, perché se tremavano si vedeva. Ho mandato le foto a Matteo. Dopo sei ore ha scritto: «Carine».
Una parola. Non «come stai», non «come stanno», non «arrivo». Una parola.
Per due mesi non si è fatto sentire. Mia madre mi aiutava. Il resto lo facevo da sola: allattavo, cambiavo pannolini, andavo in ospedale per i controlli. In una mattina di ottobre mi ha scritto: «Arrivo lunedì.»
Ho pensato: forse si è reso conto. Ho comprato tre tutine uguali, ho preparato il cartone. Ho chiamato mia madre.
«Andiamo in aeroporto.»
Ora eravamo lì. Il volo da Barcellona era atterrato. I passeggeri uscivano. E poi l’ho visto. Abbronzato, magro, con una camicia bianca. Al braccio teneva una donna alta, elegante, unghie rosse. Mi ha trovata subito. Non ha guardato le bambine. Ha guardato me.
«Alessandra, devo parlarti.»
La donna accanto a lui ha notato il cartone. Ha riso, con quella risata corta che fanno le persone convinte di aver già vinto.
«Non mi avevi detto che sarebbe venuta con tutte e tre.»
Matteo non ha neanche abbassato gli occhi sui passeggini. Ha continuato a parlare come se io fossi un impiegato allo sportello.
«Ho conosciuto un’altra persona. Io e te non stiamo più insieme. Voglio il divorzio. E voglio la tua parte di casa. Con tre figlie non puoi pagare il mutuo da sola. Firma e non ti faccio storie.»
Mia madre ha fatto un passo avanti. Le ho toccato il braccio. Poi ho guardato la donna. Sul petto portava il badge della ditta di Matteo. L’ho riconosciuta. Valeria. La collega di cui mi diceva: «È solo un’amica».
Ho preso fiato. Non tremavo. In quattro mesi avevo imparato a non tremare.
«Certo. Ma prima guarda questo.»
Ho appoggiato la mia borsa sul suo trolley e ho tirato fuori una cartellina trasparente. Ho messo il primo foglio davanti ai suoi occhi.
«Questa è la lettera di licenziamento. Il premio prevedeva due settimane di viaggio. Tu ne hai prese sedici. Assenza ingiustificata. Contratto risolto. E c’è il conto da pagare.»
Matteo ha strizzato gli occhi.
«Settantamila euro. Non settanta, non sessantanove. Settantamila.»
Lui ha fatto un passo indietro. Valeria ha smesso di ridere.
«Di cosa sta parlando?»
Io ho estratto il secondo foglio.
«E questa è la visura catastale. La casa non è più in comunione. Te la ricordi quella pila di documenti da firmare prima di correre in aeroporto? Non li hai letti. Io sì. La casa è intestata a me.»
Matteo ha aperto la bocca. Non usciva niente. Valeria ha tolto la mano dal suo braccio.
«Hai detto che avevi una casa.»
Lui non rispondeva.
«Hai detto che avevi un ottimo lavoro.»
Niente.
«Hai detto che il divorzio era una formalità.»
Ha preso la sua borsa. Ha fatto un mezzo giro sui tacchi.
«Buona fortuna con la tua vita.»
Se n’è andata. Matteo è rimasto lì, in mezzo alla gente, con il trolley e la cartellina in mano. Dopo un po’ si è avvicinato al primo passeggino. Ha guardato le bambine. Tutte e tre dormivano. Bianca teneva un pugno chiuso. Nora aveva il ciuccio storto. Emma respirava piano.
Ha cominciato a piangere.
«Alessandra, ti prego…»
Ho scosso il capo. Non era rabbia. Era stanchezza.
«Non devi chiedere scusa a me. Un giorno saranno loro a decidere se chiamarti papà.»
Ho girato i passeggini verso l’uscita. Mia madre mi camminava accanto. Dietro di noi, la voce di Matteo che gridava il mio nome. Non mi sono voltata.
Sulla rampa del parcheggio, ho tirato fuori il telefono. Ho digitato il numero del fabbro.
«Pronto? Sì, domani mattina alle otto. Cambio serratura. Porta blindata, tre mandate. Lasci la fattura nella cassetta della posta.»
Ho chiuso la chiamata. Mia madre ha chiesto: «Chi era?»
«Il fabbro. Domani cambiamo la serratura.»
Siamo arrivate alla macchina. Ho sistemato i tre seggiolini. Il navigatore diceva: trentadue minuti fino a casa. Ho acceso il motore e sono uscita dal parcheggio. Le bambine dormivano. Non mi sono voltata.
