La sera sul lago di Como sapeva di benzina e gelsomino. Sulla terrazza della villa di Bellagio, Francesca sistemò il bicchiere di prosecco accanto al telefono e controllò l’ora per la quarta volta in dieci minuti. Il sole scendeva dietro la montagna e l’acqua si stava già facendo scura. Dalla cucina arrivava il brusio di una partita di calcio — l'Inter segnò e qualcuno batté le mani da qualche parte nel giardino. Una lucertola stava immobile sulla balaustra di pietra, come se aspettasse qualcosa anche lei.
Francesca non era abituata ad aspettare. Aveva indossato l'abito color sabbia di Armani, quello che le fasciava i fianchi senza pieghe, e si era fatta la piega alle dieci del mattino. Sapeva che Alessandro sarebbe atterrato con l'elicottero alle sette e mezza. Mancavano ancora venti minuti. Ma lei era arrivata presto apposta: voleva controllare che tutto fosse in ordine, che i fiori fossero freschi, che il personale non girasse con le mani in tasca.
Proprio in quel momento, dal sentiero di ghiaia spuntò il bambino. Matilde? No, Matteo. Il figlio di Alessandro, sette anni, magro, con un dinosauro di peluche sotto il braccio. E accanto a lui una donna con una divisa grigia, una di quelle tute da servizio che si comprano in un negozio all'ingrosso. I capelli raccolti in una coda bassa, le scarpe da ginnastica consumate. Niente gioielli. Niente borsa firmata. Solo un marsupio nero in vita.
Francesca piegò le labbra appena. Appoggiò il bicchiere e si sistemò una ciocca dietro l'orecchio. Si avvicinò con le braccia incrociate, i tacchi che battevano sul cotto.
— Ehi, tu. — Si rivolse alla donna senza abbassare la voce. — Dov'è il giardiniere? Avevo chiesto di sistemare i cuscini sulle sedie a sdraio. Lo sai di quali parlo, no? Quelli chiari. Sono ancora piegati in due.
La donna si fermò. Aveva una presa salda sulla mano del bambino. Matteo si strinse a lei, il dinosauro penzolava.
— Me ne occupo subito, signorina, — disse la donna. La voce non era né aspra né dolce. Era piatta, come se avesse già sentito quel tono mille volte.
Francesca scattò con la lingua contro il palato.
— Signorina? Io non sono una qualunque. E tu, con quella roba addosso, non dovresti nemmeno stare qui in terrazza. L'ingresso di servizio è dietro.
Matteo la fissò. Non era uno sguardo da bambino. Era serio, con le sopracciglia vicine. Francesca non ci badò.
— E lascialo andare, il piccolo. Non ha bisogno di essere portato a spasso come un cane.
Il bambino strinse più forte la mano della donna. Non disse niente. La donna gli accarezzò il palmo con il pollice, un gesto minimo, quasi invisibile.
Poi si udì il rumore. Prima lontano, poi sopra la testa. L'elicottero nero tagliò il cielo sopra il lago, le pale che spingevano l'aria umida verso il basso. I capelli di Francesca volarono di lato, ma lei non si mosse di un passo. Si passò la mano sul collo, sentì il battito accelerato, e prese un respiro profondo.
— Ecco fatto, — disse, guardando la donna con aria di superiorità. — Adesso potrai vederlo da vicino, il suo padrone. Magari impari come ci si comporta.
L'elicottero atterrò sulla piazzola in fondo al parco, oltre la piscina. La portiera si aprì e Alessandro scese. Il sole era quasi sparito, ma si vedeva bene la sua camicia blu scuro, i mocassini lucidi, il telefono che infilava nel taschino. Fece due passi verso la villa, poi si fermò. Cercò qualcuno con gli occhi.
Francesca sorrise e sollevò una mano in un cenno elegante. Si mise in posa, una gamba leggermente davanti all'altra. Aspettò.
Alessandro passò oltre. Non la guardò. Non rallentò. Camminò dritto verso il bambino. Si chinò, lo prese in braccio, gli stampò un bacio sulla fronte. Poi, sempre con Matteo appeso al collo, si voltò verso la donna in divisa grigia. Le cinse la vita con il braccio libero e la attirò a sé. Le posò le labbra sulla tempia.
Francesca rimase ferma. Il bicchiere di prosecco le tremò un attimo nella mano, poi lo posò sul tavolo con troppa forza. Il vetro tintinnò.
— Amore, — disse Alessandro, rivolto alla donna. — Hai aspettato tanto?
— Poco, — rispose lei. — Matteo mi ha raccontato del suo dinosauro per tre volte. Non è mai stanco.
Alessandro rise piano. Poi si girò verso Francesca, come se solo in quel momento si fosse accorto di lei.
— Ah, Francesca. Ti presento Giulia. Mia moglie.
La parola "moglie" cadde nell'aria come un sasso in un pozzo. Francesca aprì la bocca, poi la richiuse. Sentì un brivido salire dalle caviglie fino alle orecchie. La borsa Hermès le scivolò dal braccio e la prese al volo con due dita, stringendo la tracolla fino a sentire il cuoio scavare nella pelle.
Giulia non disse nulla. Non rise. Non fece un gesto di trionfo. Solo si voltò verso la borsa di Francesca, poi verso il viso di Francesca. Poi guardò Alessandro.
— Amore, mi passi la cartellina? È dentro la mia borsa, nello scomparto davanti.
Alessandro, con Matteo ancora in braccio, si chinò e aprì il marsupio nero della moglie. Ne tirò fuori una cartellina di plastica trasparente, con un foglio dentro.
Francesca fece un passo indietro. Non capiva. Il cuore le batté nelle tempie.
— Cosa succede? — chiese. La voce era più alta di quanto volesse.
Giulia prese la cartellina, la aprì e ne estrasse il foglio. Lo posò sul tavolino di pietra, accanto al bicchiere di Francesca.
— Questo è il tuo contratto. Anzi, era il tuo contratto. — Giulia indicò una riga con il dito. — Vedi questa data? Due anni fa, quando Alessandro ti ha assunta come responsabile marketing. E qui sotto, l'articolo sette: "Risoluzione immediata per condotta gravemente scorretta nei confronti di altri dipendenti". Lo sai cosa significa?
Francesca deglutì. Non riusciva a parlare. Guardò Alessandro, ma lui stava accarezzando la schiena del figlio e non alzò gli occhi.
Giulia continuò, con la stessa calma di prima.
— Tu oggi hai insultato una donna in divisa davanti a un minore. Su questa terrazza. Mio figlio ha visto tutto. E sai una cosa? Quella donna in divisa sono io. Ma anche se non fossi stata io, il tuo comportamento non sarebbe cambiato. Non è una questione di chi indossa cosa. È una questione di rispetto.
Francesca tentò di ridere, ma le uscì solo un suono strozzato.
— Non puoi… non puoi licenziarmi così. Tu non sei nessuno in questa azienda.
Giulia fece un cenno verso Alessandro. Lui sollevò il mento.
— Giulia possiede il sessanta per cento delle quote, Francesca. Lo sapevi benissimo. Lei è la socia di maggioranza. Io sono il marito. E ora, fai come ti dice.
Giulia infilò la mano nel marsupio e ne tirò fuori un telefono. Lo sbloccò, aprì un'app, digitò un codice a sei cifre. Poi mostrò lo schermo a Francesca.
— Questa è la tua carta aziendale. Vedi? L'ho appena bloccata. E la macchina con cui sei arrivata, la Audi nera parcheggiata fuori dal cancello, è intestata alla società. La società sono io. Domani mattina passa un carro attrezzi a prenderla. Ti consiglio di chiamare un taxi.
Francesca ebbe un sussulto. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma Giulia la fermò con un gesto della mano.
— Un'altra cosa. L'appartamento in via Solferino a Milano, quello dove stavi traslocando i tuoi vestiti, risulta in affitto con contratto registrato a nome mio. Ho già inviato la disdetta al proprietario. Hai tempo fino a venerdì per ritirare le tue cose. Ore nove di mattina. Non un minuto dopo.
Il dinosauro di Matteo cadde a terra. Il bambino si divincolò e corse a raccoglierlo. Poi tornò indietro, si fermò davanti a Francesca. La guardò da sotto in su, con il peluche premuto sul petto.
— Mia mamma non è una tata, — disse. — È la mamma più forte del mondo.
Francesca arrossì fino alla radice dei capelli. Prese la borsa, si voltò e si avviò verso il sentiero di ghiaia. I tacchi affondavano nella ghiaia e lei rischiò di inciampare due volte. Nessuno la fermò. Nessuno la chiamò.
Dalla cucina arrivò un'altra voce: il telecronista che gridava per il pareggio del Milan. Il ghiaccio nel bicchiere di prosecco si sciolse senza rumore. Giulia raccolse il foglio dal tavolo, lo piegò in quattro e lo infilò di nuovo nella cartellina. Poi si tolse le scarpe da ginnastica, rimase a piedi nudi sulla pietra tiepida e prese Matteo per mano.
— Andiamo a lavarci le mani, — disse. — Papà ha fame.
Alessandro le passò un braccio intorno alle spalle. Insieme entrarono in casa, la porta a vetri si chiuse piano. Sulla balaustra, la lucertola era sparita. Era rimasta solo una macchia di calcare bianco, come se non fosse mai stata lì.
