L’Accademia di Danza Classica di Trastevere era una delle più rinomate di Roma. Ogni giorno la sala si riempiva di allieve con il fiato corto e i muscoli che bruciavano. Alcune sognavano il palcoscenico della Scala, altre si preparavano a concorsi internazionali, altre ancora cercavano solo l’ossessiva perfezione della disciplina.
A dirigere gli allenamenti c’era un giovane coreografo di nome Riccardo. Avrà avuto trentadue anni ma aveva già la fama di essere impeccabile e inflessibile. Non alzava quasi mai la voce. Dava i comandi a denti stretti, e quello bastava a gelare chiunque.
Quel pomeriggio era un pomeriggio qualunque. Le ragazze lavoravano alla sbarra, e Riccardo correggeva una dopo l’altra senza smettere di girare attorno. “Gamba più su. Schiena dritta. Tieni l’equilibrio. Da capo.”
La porta della sala si aprì cigolando.
Tutti si voltarono di scatto. Sulla soglia c’era una signora di almeno ottant’anni, immobile nel controluce. Indossava un body nero da allenamento, una gonna in tulle, collant nocciola e scarpette da punta consumate sull’estremità. I capelli bianchissimi erano tirati in uno chignon perfetto come quello delle prime ballerine. In mano teneva una sacca di tela con il cordoncino annodato.
Nella sala scese un silenzio di quelli assoluti.
Riccardo fu il primo a muoversi. Si passò una mano sulla nuca, l’espressione a metà tra lo stupore e il fastidio. “Signora… penso abbia sbagliato aula.”
Lei scosse piano la testa. “No. Sono venuta per la lezione di danza.”
Un paio di allieve si guardarono, e dietro le mascherine un sorrisetto partì lo stesso. Una borbottò qualcosa sottovoce e un’altra fece un colpo di tosse finto.
Riccardo la fissò cercando le parole giuste per non essere scortese, ma era palese che quella situazione lo irritasse. “La danza classica è un’attività molto impegnativa. Alla sua età potrebbe essere pericoloso, anche solo provarci.”
La signora non arretrò di un passo. “Me la caverò.”
“Non posso accettarla in aula.”
“Perché?”
Lui allargò le braccia. “Semplicemente non è un posto adatto a persone della sua età.”
Lei sollevò lo sguardo e lo puntò dritto in faccia. “E a chi sarebbe adatto, esattamente?”
Riccardo esitò una frazione di secondo di troppo. “A chi può sopportare un carico del genere.”
Da un angolo della sala venne uno sbuffo, poi una risatina aperta, e subito dopo un’altra. Il resto della classe si accodò con mezzi sorrisi e occhiate d’intesa. L’unica a non scomporsi era la signora.
Fu allora che lei posò la sacca a terra, si staccò delicatamente un filo di lanugine dal body e disse, con una voce bassa ma pulita che tagliava i mormorii: “Mi dia solo due minuti. Poi mi giudica.”
Riccardo socchiuse gli occhi. La curiosità in lui combatteva contro la regola, la disciplina e l’orgoglio ferito. Alla fine si spostò di lato, cedendo la scena. “Due minuti. Non un secondo di più.”
Lei annuì e si avviò verso il centro della sala con un’andatura diversa. Non era il passo esitante di chi è in là con gli anni. Era il portamento di chi ha calcato un palcoscenico quando gli altri ancora gattonavano.
Si fermò nel quadrante di luce che filtrava dai finestroni alti. La schiena si raddrizzò come se un filo invisibile la tirasse verso l’alto. Poi sollevò appena il mento e fece un minuscolo segno a Giulia, la pianista seduta nell’angolo. La ragazza, senza sapere cosa fare, guardò Riccardo. Lui fece un gesto annoiato con la mano: suoni pure.
Giulia appoggiò le dita sui tasti e cominciò l’Adagio della *Bella addormentata*. Poche note, morbide e pulite.
La vecchia signora chiuse gli occhi. Rimase così per due battute.
Poi successe.
Il braccio destro salì lentissimo, in un arabesque che sembrava disegnato con il pennino. La gamba d’appoggio rimase immobile come un pilastro di marmo. Le dita delle mani si modellarono in un port de bras di una dolcezza quasi crudele. Il collo ruotò esattamente della misura giusta, regalando quel profilo che si vedeva solo nei dipinti di Degas.
Nella sala riprese il silenzio, ma stavolta era un silenzio colloso, spesso.
Lei si sollevò sulle punte con un relevé che non fece neanche un rumore. Un equilibrio infinito. Poi, sempre con gli occhi chiusi, accennò una serie di passi lenti: glissade, développé, qualche attimo di sospensione dove il respiro del mondo sembrava fermarsi.
Nessuno rideva. Anzi, nessuno fiatava.
Una allieva aprì la bocca e non la richiuse più. Un’altra si portò le mani alle tempie.
Riccardo era rimasto in disparte con le braccia incrociate, ma a un certo punto le braccia gli caddero lungo i fianchi. Il volto gli si sbiancò, letteralmente, come se qualcuno avesse aperto un rubinetto togliendogli tutto il colore dalle guance.
Lei chiuse la breve variazione con un assemblé e una riverenza minimale. Il silenzio durò ancora un istante.
Poi scoppiò un applauso incontrollato. Le ragazze battevano le mani con forza, alcune avevano perfino gli occhi lucidi. Giulia si alzò dallo sgabello e mise le mani giunte sul petto.
La signora tornò con lo sguardo verso Riccardo. Non c’era trionfo nei suoi occhi. C’era solo una stanchezza serena. “Allora. Può bastare?”
Lui deglutì. Fece un passo avanti, la voce finalmente rotta. “Lei… lei non è una principiante.”
“No. Non lo sono mai stata.”
La guardò meglio, come se stesse cercando di ricordare qualcosa di inafferrabile. Poi all’improvviso vacillò. “Aspetti. Il suo nome…?”
“Eleonora. Eleonora Bellini.”
Nella testa di Riccardo scattò un clic che fece tremare tutta la sua sicurezza. Eleonora Bellini. La Étoile della Fenice di Venezia negli anni Sessanta. La stessa che aveva calcato i palchi di Parigi, Londra, Mosca. La stessa che lui aveva studiato da ragazzo in foto in bianco e nero, sognando di poter mai raggiungere quella pulizia di gesto. Era sparita dalle scene trent’anni prima, dopo un infortunio mai chiarito. Di lei non si era saputo più nulla.
La donna sorrise appena. “Sono passati quarant’anni dall’ultima volta che ho messo le punte in una sala prove. Volevo solo vedere se il mio corpo ricordava ancora come si fa.”
Una delle allieve corse a prendere una sedia. “Prego, signora, si sieda, si deve riposare…”
Lei fece un cenno con la mano. “Sto bene, cara. Molto meglio di quanto pensassi.”
Riccardo si tormentava le dita. Era la prima volta che le ragazze lo vedevano in difficoltà. “Signora Bellini, io… non so cosa dire. L’ho trattata come una che non sapeva cosa fosse la fatica. Mi dispiace più di quanto possa immaginare.”
Lei si avvicinò alla sacca e la raccolse. “Non deve dispiacersi. Lei ha il diritto di proteggere l’aula. Solo… non è l’età a dirti cosa puoi o non puoi fare. È la testa. E la testa, quando ha amato, non dimentica.”
Lui annuì, fermo, quasi in imbarazzo. Poi trovò il coraggio che gli mancava. “Signora, se lei volesse… se le facesse piacere, sarebbe un onore averla qui. Non come allieva, sia chiaro. Ma per raccontare, o per mostrarci qualcosa ogni tanto. Le ragazze hanno visto solo un assaggio e sono tutte impietrite.”
Lei si guardò attorno. Le allieve erano tutte in piedi, in silenzio, nella posizione di chi aspetta un verdetto. Alcune si erano perfino tolte il foulard dal collo e lo stringevano tra le dita.
Eleonora infilò la sacca sulla spalla. “Forse un giorno accetterò. Oggi no, grazie. Oggi volevo soltanto risentire l’odore della sala e il colpo secco della punta sul parquet. Lo chiami ‘controllo’, se vuole. Un vecchio conto in sospeso.”
Senza aggiungere altro, si diresse verso la porta. Riccardo ebbe un istinto. “Signora!”
Lei si voltò a metà, tenendo la maniglia.
Lui le fece un inchino. Un vero inchino, di quelli che si riservano ai direttori d’orchestra o ai sovrani. “La sala è sua. Ogni volta che vorrà tornare.”
Eleonora lo guardò un’ultima volta, e nei suoi occhi passò qualcosa di giovane e insieme antichissimo. “Chissà che non mi faccia un pensierino. Buon allenamento, ragazze.”
Uscì. La porta si richiuse molle.
Dentro, per un bel po’, nessuno riprese gli esercizi alla sbarra.
