L'organista attaccò l'Andante di Bach e io sentii le dita gelarmi. Non di freddo — in Puglia a settembre l'aria sa ancora di pietra scaldata e rosmarino — ma di qualcosa che mi saliva dallo stomaco. Guardai mia figlia Chiara appoggiata al banco in fondo, controluce, e vidi soltanto la cicatrice.
Non il vestito di pizzo che mia moglie aveva scelto con lei da Atelier Emé a Bari. Non i capelli scuri raccolti sulla nuca con un rametto di gelsomino. La cicatrice. Le partiva da sotto l'orecchio sinistro, scendeva lungo il collo come una colata di cera chiara, spariva sotto la spallina sottile per riaffiorare sulla clavicola. Un percorso interrotto, una firma lasciata dal metallo rovente in quella maledetta sala macchine della nave appoggio. Non sapevo esattamente cosa fosse successo laggiù — lei non ne parlava mai, e io non avevo mai chiesto. Dettaglio che adesso, con le note di Bach che riempivano la chiesa rupestre di Matera, mi tornava in gola come un sorso acido.
Ero in piedi accanto all'acquasantiera. Il sagrestano mi aveva già fatto cenno: mancavano tre minuti. Tre minuti all'ingresso della sposa. Tre minuti a percorrere la navata del San Pietro Caveoso con mia figlia al braccio, davanti a centodieci invitati, al vescovo in persona — l'avevo convinto io, con tre telefonate e una cena al ristorante — e a Leonardo, quel bravo ragazzo di Nardò con l'azienda agricola che esporta olio in Germania.
Centodieci invitati. Fotografi. Video. Instagram, Facebook, i parenti di Leonardo che non avevo mai visto e che adesso avrebbero visto solo *quella*. La cicatrice. La figlia dell'ingegner De Nittis, il re delle costruzioni edili nel Salento, accompagnata all'altare con un marchio sulla pelle come se fosse scampata a un incendio — che poi era esattamente quello che era successo, ma la gente non vede la storia, la gente vede il difetto.
Mi voltai verso Chiara. Lei mi stava già guardando. Aveva gli occhi di sua madre — nocciola, fermi — ma l'espressione era la stessa di quando aveva tredici anni e le avevo detto che non poteva andare al concerto dei Negramaro perché doveva studiare latino. Una calma che non prometteva niente di buono.
«Papà» disse, e già la voce non era una domanda.
Io mi schiarii la gola. «Chiara, ascolta…»
«Mancano due minuti.»
«Le foto. Le foto restano per sempre. Lo capisci?»
Lei non rispose. Dietro di lei, in penombra, intravidi Camilla — mia figlia minore, l'abito color champagne che fasciava un corpo perfetto, la collana di diamanti che le avevo regalato per i diciotto anni. Camilla mi sorrise. Quel sorriso che aveva imparato da me: il sorriso di chi sa che le apparenze vanno protette.
«Papà ha ragione» mormorò Camilla, sistemandosi una ciocca bionda. «Lo diciamo per te.»
Chiara non la guardò nemmeno. Teneva gli occhi piantati nei miei e io, in quegli occhi, vidi qualcosa che mi costrinse a distogliere lo sguardo. Non era rabbia. Era la stessa espressione che aveva dopo la seconda operazione, quando il chirurgo di Ancona le aveva detto che la cicatrice sarebbe rimasta e lei aveva annuito senza una lacrima. Io in quella stanza c'ero rimasto venti minuti scarsi, il tempo di chiedere al primario se un intervento estetico avrebbe potuto «attenuare la visibilità della zona interessata». Ero uscito prima che lei aprisse bocca.
L'organista ripeté l'accordo iniziale. Il sagrestano mi fece un gesto disperato con la mano.
«Io non posso» dissi. La voce mi uscì più bassa di quanto volessi. «Non posso accompagnarti all'altare. Le fotografie… tutti guarderanno la cicatrice, non te. Non la sposa. Capiscimi.»
Lei inspirò lentamente. La cicatrice sembrò contrarsi sul collo. «Mi stai dicendo che non mi accompagni perché sono… danneggiata?»
«Chiara…»
«Rispondimi.»
«Ti sto dicendo che bisogna pensare all'immagine della famiglia. La nostra posizione, i miei soci, i cantieri aperti in Puglia e Basilicata… la gente commenta. La gente…»
«La gente cosa?» La sua voce era calma, pericolosamente calma. «Cosa dirà la gente, papà? Che tua figlia è un ufficiale della Marina Militare? Che ha trascinato fuori tre marinai mentre la sala macchine bruciava? Che per sei mesi ha trasferito metà dello stipendio sul tuo conto quando l'azienda stava per saltare e tu non riuscivi a pagare gli stipendi?»
Sentii il colpo fin dentro le tempie. Quel mezzo stipendio da tenente di vascello — settemila euro in totale, bonifico dopo bonifico — non ne avevo mai parlato con nessuno. Nemmeno con mia moglie. Li avevo presi e basta, perché l'alternativa era dire ai centoventi operai del cantiere di Taranto che a Natale non avrebbero portato a casa la tredicesima. Li avevo presi, e il mese dopo avevo comprato la Maserati Quattroporte nuova, perché un imprenditore che va in giro con l'auto vecchia non ispira fiducia alle banche.
Camilla fece un passo avanti. «Chiara, non fare scene. Papà è solo preoccupato per te. Per come potresti sentirti, con tutti quegli sguardi addosso…»
«Camilla.» La voce di Chiara tagliò l'aria come un colpo di frusta. «Tu adesso stai zitta.»
Camilla ammutolì. Credo fosse la prima volta in ventisei anni che qualcuno le diceva di stare zitta.
Chiara tornò a guardarmi. «Sai cosa sento in questo momento?» disse. «Sento l'acufene. Me l'ha lasciato l'esplosione. Un fischio continuo nell'orecchio sinistro. I medici dicono che non passerà mai. E sai cos'altro sento?» Fece un passo verso di me. «Sento che mi hai appena detto di vergognarmi. Non tu per me, papà — mi hai detto che io dovrei vergognarmi di quello che sono diventata mentre servivo il mio Paese.»
Avrei voluto rispondere. Avrei voluto spiegare del mutuo del cantiere, del consorzio di imprese che stava per escludermi, della cena di gala a Roma dove avrei dovuto presentare la famiglia al completo e immacolata. Ma le parole si impastavano nella gola. Guardavo mia figlia — la mia primogenita — e vedevo una sconosciuta con la divisa bianca della Marina che non avevo mai veramente guardato in faccia. O forse non avevo mai avuto il coraggio di guardare.
«Va bene» disse lei. Mi voltò le spalle.
«Chiara, aspetta…»
Lei si fermò. Non si girò. Disse soltanto: «Sai qual è la differenza tra te e me, papà? Io le mie cicatrici le ho scelte. Ho scelto di entrare in Marina, ho scelto di restare nella sala macchine, ho scelto di tornare indietro a prendere l'ultimo uomo. Tu invece le tue cicatrici non le hai mai mostrate a nessuno. E per questo sei molto più rovinato di me.»
Poi fece un cenno a qualcuno che non potevo vedere. Da dietro la grata di legno intarsiato emerse una figura in uniforme di gala — il comandante Carofiglio, il suo superiore, che avevo incrociato al ricevimento di benvenuto senza degnarlo di una parola. Un uomo massiccio con i gradi da capitano di vascello e una barba curata.
«Comandante» disse Chiara, «mi farebbe l'onore?»
Il comandante Carofiglio guardò me per un istante. Poi guardò Chiara. I suoi occhi si fermarono un attimo sulla cicatrice, ma non con orrore o imbarazzo — con rispetto. Quello sguardo che si riserva a chi ha visto il fuoco e ne è uscito in piedi.
«È un privilegio, tenente» disse. E le porse il braccio.
L'organista riprese a suonare. Le porte della chiesa si spalancarono e la luce del pomeriggio invase la navata. Gli invitati si alzarono in piedi. Vidi Leonardo aspettare all'altare, la faccia da ragazzo innamorato che non aveva mai dato peso alla cicatrice nemmeno la prima volta che l'aveva vista. Vidi mia moglie in prima fila asciugarsi gli occhi con un fazzoletto di pizzo. Vidi Camilla accanto a me, immobile, la bocca leggermente aperta come se stesse ancora processando lo schiaffo verbale che aveva preso.
E vidi Chiara avanzare al braccio del suo comandante, la schiena dritta, il passo sicuro, la cicatrice che risplendeva nella luce di settembre come una medaglia che non avevo mai saputo riconoscere.
Nessuno guardava me. Centodieci invitati, e nessuno guardava me. Io ero rimasto indietro, appoggiato all'acquasantiera, con la cravatta di seta e il completo Armani e la Maserati parcheggiata fuori e tutte le cose che avevo costruito per dimostrare che ero qualcuno. Mia figlia stava camminando verso l'altare, e non aveva bisogno di me.
Qualcuno tra gli invitati — forse la zia di Leonardo, una donna minuta con il velo di pizzo — si voltò un attimo verso il fondo della chiesa. Mi guardò. Abbassò gli occhi subito, ma io feci in tempo a vedere l'espressione. Non era disprezzo. Era imbarazzo. Per me. Quell'imbarazzo che si prova per chi ha appena dimostrato di essere all'altezza di niente.
L'Andante di Bach riempiva la chiesa rupestre, rimbalzava sulle pareti scavate nella roccia, saliva fino alla volta dove gli affreschi antichi stavano a guardare. Mi appoggiai alla pietra fredda. Nell'acquasantiera, l'acqua tremava leggermente. Qualcuno aveva lasciato cadere un petalo di rosa bianca.
Quando la cerimonia finì — io rimasi in fondo, non trovai la forza di sedermi — gli sposi uscirono tra due ali di riso e applausi. Chiara passò davanti a me senza fermarsi. Solo Leonardo mi lanciò un'occhiata. Breve. Definitiva. Come se avesse appena messo a fuoco qualcosa che prima vedeva sfocato.
Il ricevimento era al Palazzo Gattini, con vista sui Sassi. C'erano i tavoli apparecchiati nel cortile, i bicchieri di Primitivo, il risotto allo zafferano. Io mangiai senza sentire niente. Alle dieci e mezza, quando la torta era già stata tagliata e la pista da ballo si riempiva, Chiara mi passò accanto mentre tornava dal tavolo del dessert. Aveva in mano un bicchiere d'acqua e non si fermò.
«Chiara» dissi.
Lei rallentò quel tanto che bastava per non sembrare una fuga.
«A che ora partite domani per la luna di miele?»
Lei mi guardò. Per la prima volta dopo tre ore, mi guardò davvero. E io, in quegli occhi nocciola, cercai qualcosa — un appiglio, un'apertura, una crepa dove infilare le scuse che mi ero preparato per tutto il pomeriggio mentre vedevo gli altri ballare.
«Alle sette» disse. E aggiunse: «Partiamo per le Mauritius. Leonardo ha prenotato tutto lui.»
Nient'altro. Non mi disse «passa a salutarci», non mi disse «ti terremo aggiornato». Disse solo l'orario e la destinazione, come si dice a un conoscente, a uno di quegli invitati che sono stati messi in lista per cortesia.
Poi si allontanò verso Leonardo, che l'aspettava accanto alla fontana del cortile. Lui le mise un braccio intorno alle spalle — proprio lì, dove la cicatrice scendeva verso la clavicola — e la baciò sulla tempia. Lei chiuse gli occhi.
Io rimasi seduto con il tovagliolo in mano. Tutto intorno a me ridevano e brindavano e le luci del Palazzo Gattini si riflettevano nei bicchieri come piccole stelle. Camilla era da qualche parte tra la pista e il bar, probabilmente a raccontare la sua versione dei fatti. Il comandante Carofiglio parlava con mia moglie, che rideva di qualcosa e intanto mi lanciava occhiate che non avevano niente di allegro.
Non so quanto tempo rimasi lì. A un certo punto un cameriere mi toccò la spalla e mi chiese se volevo altro vino. Lo guardai senza capire. Poi scossi la testa, mi alzai, attraversai il cortile fino all'uscita.
Fuori, l'aria di settembre sapeva di gelsomino e di antiche pietre. Da qualche parte, in lontananza, un campanile suonava le undici. La Maserati era parcheggiata sotto un lampione, lucida e perfetta. Mi fermai accanto alla portiera senza aprirla.
Pensai a mia figlia. Alla cicatrice che le usciva dal pizzo. Alla schiena dritta mentre avanzava verso l'altare senza di me. Al modo in cui Leonardo l'aveva baciata sulla tempia — proprio lì, dove la pelle portava il segno.
Pensai che non avevo mai baciato mia figlia su quella cicatrice. Non perché non volessi. Perché non mi ero mai avvicinato abbastanza per farlo.
La portiera della Maserati si aprì con il telecomando. Salii. Misi in moto. Nel cruscotto, l'orologio segnava le undici e dodici minuti.
Non andai a casa. Girai per Matera buia, con i Sassi illuminati che sembravano un presepe scavato nella roccia, finché non trovai la statale per Taranto. Guidai senza pensare. O forse pensando troppo — non saprei dire la differenza, quella notte.
All'alba ero nel piazzale della chiesa rupestre, vuota e silenziosa. La porta era ancora socchiusa. Entrai. L'odore dell'incenso era svanito, restava solo quello della pietra umida e delle rose che cominciavano ad appassire nei vasi.
Mi sedetti sull'ultimo banco, lo stesso dove tre minuti prima della musica nuziale avevo distrutto tutto. Sopra l'altare, l'affresco della Madonna della Bruna mi guardava con gli occhi antichi e scrostati.
Nessuna illuminazione. Nessuna rivelazione. Solo un uomo di sessantadue anni seduto in una chiesa vuota alle sei del mattino, con addosso il completo del matrimonio di sua figlia e in tasca il biglietto che avrebbe dovuto leggere durante il brindisi e che non avrebbe mai letto.
Alle sette meno un quarto uscii. L'aria si era fatta fresca. Salii in macchina e percorsi i dieci minuti che separavano la chiesa dall'hotel dove alloggiavano gli sposi. Parcheggiai dall'altra parte della strada, abbastanza lontano per non farmi vedere, abbastanza vicino per distinguere l'ingresso.
Alle sette e cinque una Fiat 500 bianca con un nastro di tulle legato all'antenna uscì dal parcheggio dell'hotel. Dentro, Leonardo guidava. Chiara era accanto a lui, il finestrino abbassato, il braccio appoggiato allo sportello. La cicatrice, nella luce obliqua del mattino, sembrava quasi dorata.
Non mi videro. La Fiat svoltò verso la strada per l'aeroporto di Bari. Io rimasi lì, fermo con la Maserati spenta e le mani sul volante, finché il nastro bianco non scomparve dietro la curva e restò soltanto la polvere che si posava piano sull'asfalto.
