Il banco in fondo al mercato

La vidi tra i banchi del mercato di Avellino. Era un giovedì mattina, pioveva appena, e l’aria sapeva di olio fritto e cicoria bagnata. Teneva un cesto di vimini coperto da uno straccio a quadri, e stava seduta su una sedia pieghevole accanto alla pesa pubblica. Mia madre. Ottantun anni. Non volevo crederci.

Mi fermai dietro l’edicola, con le chiavi della macchina in mano. Aveva il cappotto grigio che conoscevo da sempre e il fazzoletto blu annodato sotto il mento. Davanti a lei, su una cassetta di legno rovesciata, aveva allineato sei uova marroni dentro un cartone da frutta. Non aveva visto me. E io non riuscivo a muovermi.

La signora Raffaella, la vicina di casa di mia madre, mi aveva chiamato due sere prima. «Peppino, io non voglio mettermi nei fatti tuoi… ma tua madre va al mercato. Vende le uova delle sue galline.» Restai zitto, con il telefono incollato all’orecchio. «Dice che le servono i soldi per le medicine. Ma tu lo sai come sta?»

No, non lo sapevo. Da mesi rispondeva sempre «sto bene» quando la chiamavo. E io le credevo, perché ho un’officina ad Avellino, un mutuo da pagare, due figli all’università e una moglie che mi ripete di andare a trovarla più spesso. La domenica la chiamavo. «Mamma, ti serve qualcosa?» Mi diceva di no. «Stai tranquillo, figlio mio.» E io mi tranquillizzavo.

Al mercato, una signora con una borsa di plastica si avvicinò al banco di mia madre. Guardò le uova, ne prese due in mano, le rigirò. Mia madre si sistemò il fazzoletto e disse il prezzo. Due euro e cinquanta. La signora fece una smorfia e rimise giù le uova. Mia madre abbassò gli occhi. Il gatto rosso del fruttivendolo le passò tra le gambe e lei lo scostò con il bordo della scarpa.

Non avevo mai visto mia madre contrattare per due euro e cinquanta. Non l’avevo mai vista contare le monete sul palmo. In quella scena c’era tutta la mia vergogna.

Mi feci avanti.

«Buongiorno, signora. Costano tutte uguale?»

Lei alzò il capo di scatto. «Giuseppe…»

Poi cercò di ridere, ma le uscì solo un soffio. «Che ci fai qui? Sei passato a fare la spesa?»

Non risposi. Mi sedetti sull’altra cassetta accanto a lei, con addosso la tuta da lavoro ancora sporca di grasso. Il vecchio che vendeva provolone accanto a lei spostò la testa, incuriosito. Una donna col carrello si fermò a guardarci. Non mi importava.

«Perché non mi hai detto che la pensione non ti basta?»

Mia madre fissava le sue scarpe. «Perché non mi manca niente. Vendo qualche uovo, tutto qui. Non è mica una disgrazia.»

«La disgrazia è che io non me ne sono accorto, mamma.»

Lei strinse le mani sul cesto e le venne un tremito alle dita. «Tu hai la tua famiglia. La tua officina. Non potevo mica chiederti i soldi come una bambina.»

Non dissi più niente. Le presi una mano. Era fredda, piena di piccoli tagli. Quella mano mi aveva curato le ginocchia quando cadevo dalla bicicletta. Mi aveva messo i soldi nel fazzoletto per la gita scolastica. Mi aveva preparato il sugo ogni domenica quando tornavo a casa. E io non sapevo che quella stessa mano contava le monete per la pillola della pressione.

«Mamma, tu non sei un peso. Sei la mia vita.»

Lei scoppiò a piangere. Non disse niente, si limitò a sfilarsi il fazzoletto e a premerlo contro gli occhi. Il vecchio del provolone tirò fuori un pacchetto di fazzoletti e lo appoggiò sul cesto, senza parlare.

Comprai tutte le uova. Tutte e sei. Poi piegai il cesto, presi la sedia e la accompagnai alla macchina. Avevo parcheggiato la Fiat Panda bianca proprio davanti alla latteria, sul lato vietato. Non mi importava nemmeno della multa.

«Ma le galline faranno ancora le uova…» disse mia madre, come se fosse una scusa.

«Le mangeremo noi, mamma. Oppure le regali a chi vuoi. Ma tu non stai più al freddo a vendere per due euro e cinquanta.»

Passammo prima in farmacia. Le comprai tutte le medicine: la pastiglia per la pressione, quella per il cuore, le gocce per gli occhi. Il signor Armando, il farmacista, ci guardò senza parlare e mi fece lo scontrino. «Sono centotrenta euro.» Pagai con la carta, non con le monete. Fu in quel momento che decisi il da farsi.

Poi andammo al supermercato. Riempii il carrello: pasta, pelati, frutta, formaggio, latte, caffè, biscotti, due polli interi. Mia madre mi tirava per la manica: «Troppo, troppo.» Non le risposi. Le pagai anche una ricarica del telefonino da quindici euro e le misi una confezione di taralli nel sacchetto.

Quando arrivammo a casa sua, a Montella, andai dritto in cucina e aprii il cassetto dove teneva i documenti. Presi l’ultima bolletta del gas, il promemoria della farmacia, il modello per il pagamento dell’Imu. Tirai fuori una cartellina blu, ci infilai dentro tutto, e la appoggiai sul tavolo.

Mia madre stava ferma sulla porta, con ancora il cappotto addosso.

«Che fai?»

Aprii la cartellina. «Da oggi pago io il gas, la luce e le medicine. Tu non ci pensi più. Mi sono già accordato con la farmacia: ogni mese partono centotrenta euro dal mio conto. Bastano e avanzano. Non mi chiamo più Giuseppe se ti vedo con un’altra scatola di pasticche a metà.»

Poi presi il telefono e le mostrai l’app della banca. Le feci vedere la voce dell’addebito automatico, la data, il beneficiario. Strinsi il dito sullo schermo e confermai con il codice. «Fatto.»

Mia madre guardò lo schermo. Poi guardò me. Si morse il labbro e scosse il capo, ma non disse «non dovete». Disse una cosa che non mi aspettavo:

«Tuo padre faceva così. Tirava fuori i documenti e li metteva sul tavolo. Anche lui con la stessa faccia.»

Non aggiunsi nulla. Presi la scatola delle medicine e gliela sistemai sull’asse della credenza, vicino al barattolo del caffè. Portai dentro i sacchetti e riempii il frigo. Poi, prima di andarmene, aggiustai la maniglia della porta di casa che cigolava da anni. Trovai una vite nuova in officina della legna, la infilai, strinsi il cacciavite. Funzionava.

Mia madre si sedette sulla panca vicino al limone in vaso, dove da ragazzo aspettavo il pullman. Guardava la strada. Aveva ancora il fazzoletto blu in testa, ma si era tolta il cappotto. Sembrava più piccola.

«Vengo domenica, mamma. E porto Luisa e i ragazzi.»

Lei aprì appena le labbra. «Portate il pane. Il sugo lo faccio io.»

Fu allora che mi accorsi che il cesto di vimini era rimasto sul sedile posteriore della Panda. Lo presi e glielo portai. Dentro c’era ancora un uovo marrone, dimenticato tra i quadri dello straccio. Lo tenni sul palmo. Era tiepido. Lo appoggiai sul tavolo della cucina.

«Questo lo mangio io, prima di andarmene.»

Mia madre non disse nulla. Prese una padella dal gancio, ci versò un filo d’olio e accese il fornello. La cucina si riempì d’olio caldo e di buono. E davanti a lei, per la prima volta dopo mesi, non vidi una donna che contava le monete. Vidi mia madre.

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