La notte in cui la gatta cominciò a svegliarmi

Nera iniziò a svegliare Elena alle tre del mattino. Per tre notti di fila. E alla quarta notte, Elena finalmente capì.

La prima notte, Elena stava dormendo un sonno pesante, di quelli in cui sprofondi dopo una giornata a lottare con fogli Excel e riunioni inutili. Sentì una pressione leggera sulla fronte. Qualcosa di morbido, peloso, insistentemente delicato. Aprì gli occhi e vide due pupille verdi che la fissavano a pochi centimetri dal viso.

Nera era lì, seduta composta sul cuscino, con la coda avvolta attorno alle zampe come una signora perbene. Una gatta nera come il carbone, con una macchia bianca a forma di stella sul petto e un orecchio leggermente piegato. Un orecchio da gatta di strada, di quelle che hanno visto cose.

— Ma che cavolo… — borbottò Elena, con la voce impastata dal sonno.

Nera allungò una zampa e gliela posò su una guancia. Poi un'altra. Poi emise un miagolio breve, strozzato. Non un lamento. Non una richiesta di coccole. Un suono strano, che Elena non le aveva mai sentito fare in quattro anni di convivenza. Come se la gatta stesse provando a dire qualcosa ma non ci riuscisse.

Elena guardò l'orologio sul comodino. Le tre e zero due. Le venne una fitta di stizza pura. Diede un'occhiata alla gatta, sbuffò, e si rigirò dall'altra parte tirandosi il piumino sopra la testa.

La mattina dopo, Elena si alzò con il piede sbagliato. Nera dormiva tranquilla sul divano, raggomitolata su un plaid, con un'aria beata che fece infuriare Elena ancora di più. Aveva la ciotola piena, l'acqua fresca, la lettiera pulita. Allora perché?

La seconda notte, Nera non usò le zampe. Si mise a grattare la porta della camera da letto. Un rumore secco, insistente, orribile. Il legno vecchio di quella casa di ringhiera in via Padova vibrava sotto le unghie della gatta. Elena si alzò di scatto, aprì la porta, e la trovò lì, immobile, con la coda che oscillava lentamente.

— Vuoi uscire? — chiese Elena, indicando il corridoio buio.

Nera non si mosse. Rimase sulla soglia e miagolò di nuovo, con lo stesso tono strozzato della notte prima. Poi si voltò e fece qualche passo verso la cucina. Si fermò. Si girò a guardarla.

Elena sbatté la porta e si rimise a letto. Ma per tutta la notte sentì la gatta grattare, fermarsi, miagolare, riprendere. Un loop snervante che la fece addormentare solo verso le cinque. La mattina dopo, in ufficio, Elena era uno zombie. Sbagliò una formula, si dimenticò di inviare una mail, rovesciò il caffè sulla scrivania.

— Tutto bene? — le chiese Marco, il collega della postazione accanto.

— La gatta. Non mi fa dormire. Notte due.

— Portala dal veterinario. A volte fanno così quando stanno male.

Il consiglio le sembrò sensato. Chiamò la clinica, prese appuntamento per il giorno dopo. Ma la terza notte, Nera fece qualcosa di completamente nuovo.

Erano di nuovo le tre. Elena si svegliò da sola, senza bisogno di zampe o graffi. Aveva qualcosa di strano nel sonno, come un rumore alieno che il cervello aveva registrato senza capire. Rimase immobile nel buio della stanza, in ascolto. Il silenzio di Milano in una notte di novembre. Il termosifone che ticchettava. Il frigo in cucina che ruggiva piano.

E poi, sotto sotto, un suono minuscolo. Quasi un pigolio. Un lamento sottile come un filo di seta che spariva e ricompariva. Un suono che non aveva mai sentito prima in quella casa. Un suono che, nella notte, poteva sembrare il vento, o un tubo, o un'allucinazione da privazione di sonno.

Nera era accucciata davanti al termosifone della cucina. Lo fissava con una concentrazione assoluta, totalizzante, come se in quel pezzo di ghisa si nascondesse il segreto dell'universo. Quando si accorse che Elena era in piedi dietro di lei, la gatta emise un miagolio lunghissimo, disperato, e si mise a grattare il pavimento con una zampa.

— Cosa c'è lì sotto? — sussurrò Elena.

Si inginocchiò a terra. Il freddo delle piastrelle le gelò le ginocchia all'istante. Si sporse in avanti, avvicinando l'orecchio alla fessura tra il termosifone e il muro.

Il pigolio riprese. Adesso lo sentiva chiaramente. Non era un tubo. Non era il vento. Era un essere vivente.

Prese il telefono, accese la torcia e la puntò nell'intercapedine buia. Vide polvere, ragnatele vecchie, un tappo di bottiglia. E poi, raggomitolato nell'angolo più profondo e inaccessibile, un batuffolo di pelo arancione. Un cucciolo di gatto. Piccolissimo, con gli occhi azzurri spalancati dal terrore, quasi congelato, sepolto tra due tubi della caldaia e un groviglio di cavi.

Elena rimase senza fiato. Il piano di sotto era sfitto da mesi. La finestra della cucina dava su un ballatoio interno dove i piccioni facevano il nido. Probabilmente una randagia aveva partorito lì, o sul tetto, e quel cucciolo si era infilato in una crepa, un buco nel muro, ed era scivolato giù, nella canna fumaria forse, fino a incastrarsi dietro al suo termosifone. Un volo di due piani nel buio. Era vivo per miracolo.

E Nera lo aveva sentito. Tre notti prima. Lo aveva sentito piangere nel silenzio della casa, con le sue orecchie da predatrice, e aveva cercato di dirlo alla sua umana in tutti i modi possibili. Con le zampe, con i graffi, con i miagolii strozzati. E lei, Elena, l'aveva ignorata. Anzi, si era anche arrabbiata.

— Oddio, oddio, piccolo… — balbettò Elena.

Allungò un braccio nella fessura. Troppo stretta. Si graffiò l'avambraccio. La pelle le si irritò subito. Non ci arrivava. Il gattino era troppo in fondo, schiacciato in un angolo cieco. Provò a spostare una sedia, a puntare meglio la luce. Niente da fare.

Elena sentì il panico salire. Un'ondata di nausea. Era lì, a pochi centimetri da lei, e non poteva prenderlo. Guardò Nera. La gatta era seduta, immobile, e la fissava con una intensità quasi umana. Come per dirle: "Muoviti. Non c'è più tempo."

Elena prese una gruccia di metallo dall'armadio. La sfilò. La piegò con le mani, bestemmiando. Poi si risdraiò sul pavimento gelido e la infilò piano piano dietro al termosifone. Trattenne il fiato. La avvicinò al cucciolo, cercando di agganciarlo delicatamente sotto la pancia.

Il gattino pigolò più forte.

— Shhh, piccolo, shhh… — sussurrava Elena mentre spingeva la gruccia. Sentiva il cuore batterle nelle tempie. Nera, accanto a lei, emise un miagolio basso, di incoraggiamento, come un'ostetrica silenziosa.

La punta della gruccia toccò qualcosa di morbido. Tirò. Una zampina minuscola si mosse. Tirò ancora, con una lentezza esasperante, con la paura di fargli male, di romperlo. Poi, all'improvviso, il cucciolo scivolò fuori dalla sua trappola di ghisa e polvere, rotolando goffamente sul pavimento.

Era uno spettro. Ossa e pelo arancione incrostato di sporco. Respirava a fatica. Gli occhi erano ancora azzurri, troppo grandi per quella faccia scavata. Tremava come una foglia. Elena lo prese tra le mani, lo avvolse nel maglione che aveva addosso. Era gelato.

Nera si avvicinò subito. Leccò la testa del cucciolo con una delicatezza materna e brusca allo stesso tempo. Poi guardò Elena. E per la prima volta in tre giorni, la gatta fece le fusa. Un suono potente, un piccolo motore che vibrava nella cucina silenziosa.

Elena scoppiò a piangere come una cretina. Seduta sul pavimento della cucina, alle tre e mezzo del mattino, con un gattino quasi morto nel maglione e la sua gatta nera che le faceva le fusa addosso. Un misto di sollievo, adrenalina e uno schiaffo di vergogna. Perché era lì, la sua vita. Sola, fatta di silenzi e di porte chiuse. Dopo la fine della storia con Andrea, aveva costruito una fortezza di abitudini e solitudine. Una casa dove nessuno poteva entrare, disturbare, pretendere. Dove gli unici rumori concessi erano il ticchettio della tastiera del computer e il ronzio del frigo. E in quella fortezza, l'unica creatura che osava disturbarla era Nera. E lei l'aveva zittita.

Si alzò di scatto. Prese una borsa, ci mise dentro una borsa dell'acqua calda avvolta in un asciugamano, il cucciolo nel maglione, e corse fuori di casa. Destinazione: la clinica veterinaria aperta ventiquattro ore su ventiquattro in viale Monza. Guidò la sua vecchia Punto nella notte deserta, con il cucciolo che ogni tanto emetteva un piccolo suono, e a ogni suono Elena stringeva il volante e sussurrava "resisti, per favore, resisti".

In sala d'attesa, sotto le luci al neon, aspettò un'ora. Il veterinario, un ragazzo giovane con gli occhi gentili e le occhiaie, prese il cucciolo e lo visitò.

— Freddo, disidratato, denutrito. Ma è vivo. Ce la può fare, è un osso duro. È stato fortunato che qualcuno lo abbia trovato in tempo.

Elena tornò a casa che albeggiava. Entrò in cucina con il trasportino nuovo, lo aprì, e sistemò il cucciolo — adesso nutrito, reidratato, pulito e addormentato — nella sua nuova cuccia, vicino al termosifone. Nera si avvicinò guardinga, annusò, e poi si acciambellò accanto al trasportino come una sentinella.

Elena fece l'unica cosa che le sembrò giusta. Prese il telefono e compose un numero che non chiamava da mesi.

— Mamma? Ciao. Scusa l'ora, lo so, sono quasi le sei… No, non è successo niente di brutto. Anzi. Volevo dirti che… ho un gattino nuovo. E forse, nel fine settimana, passo a trovarti. Se vuoi. Posso portartelo a vedere.

Dall'altra parte ci fu una pausa stupefatta. Poi la voce di sua madre, impastata di sonno e sorpresa, rispose:

— Certo che voglio. Ti aspetto.

Elena chiuse la chiamata. Guardò la scena: la gatta nera, il cucciolo arancione, la casa silenziosa che adesso non era più silenziosa. Sorrise tra sé. La porta della camera, quella notte, la lasciò aperta. Per precauzione. Non si sa mai.

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