Nove anni, otto mesi di attesa

Nove anni. Otto mesi di box. L'ho letto sul cartellino appeso alla rete del canile di Rubano, un pomeriggio di novembre in cui l'aria sapeva di foglie bagnate e di disinfettante. C'era scritto a penna rossa: "Lupo, maschio, pastore maremmano, 9 anni. Cerca casa urgente". Urgente, sottolineato due volte.

Il mio nome è Bruna. Ho sessantasette anni, una pensione da maestra elementare, una figlia che vive a Milano e una casa al terzo piano senza ascensore. Quel giorno non ero lì per prendere un cane. Ero lì perché mia cognata mi aveva detto che al canile servivano coperte vecchie. Avevo portato due lenzuola di flanella di mio marito. Non riuscivo a buttarle.

Ho lasciato il sacco all'ingresso e sono entrata. I cani giovani abbaiavano, saltavano contro le reti, facevano casino. Un labrador nero mi ha leccato la mano attraverso la maglia. Ma in fondo, nell'ultimo box, c'era lui. Immobile. Il muso grigio appoggiato sulle zampe. Non abbaiava. Non sbatteva la coda. Solo una riga umida scendeva dall'occhio sinistro e si perdeva nel pelo chiaro. Non so perché, ma sono rimasta lì dieci minuti buoni. Lui non ha mai distolto gli occhi dai miei. E io non sono riuscita a girarmi verso l'uscita.

Un ragazzo con la pettorina arancione mi ha vista. "Quello è Lupo", ha detto. "È qui da otto mesi. Nessuno lo vuole. È vecchio, ha paura dei fulmini, e mangia come un cavallo." Poi ha abbassato la voce: "Tra due settimane chiudono per ristrutturazione. I cani anziani li trasferiscono in Puglia. Se non trova casa, per lui sarà dura."

Quella notte ho girato le lenzuola dall'altra parte tre volte. Avevo freddo, ma non accendevo il riscaldamento per risparmiare. Pensavo a Lupo. A mia figlia Elisa, che mi chiama solo il sabato e mi chiede se ho preso le pillole. A cosa avrei potuto fare io, con le ginocchia che mi scricchiolano e la schiena che si blocca quando piove.

La lampadina del pianerottolo era fulminata da tre giorni. Quando sono uscita per tornare al canile, ho contato i gradini al buio. Al piano di sotto, la signora Concetta stava cucinando il ragù. L'odore mi ha riportato a quando Elisa era bambina e si sedeva sugli scalini ad aspettarmi.

Il giovane con la pettorina mi ha guardato come se avessi chiesto di provare un'auto di Formula Uno. "Sicura, signora?" Ho detto: "Sì, sono sicura." Lui ha aperto il box e ha agganciato il guinzaglio. Lupo non si è alzato. Ha dovuto tirarlo un po'. Poi, piano, si è messo in piedi. Le zampe posteriori tremavano. Uscito nel cortile, si è fermato contro il muro. Non guardava né me né gli altri cani. Guardava il cancello, come se aspettasse qualcuno che non sarebbe mai venuto.

Mi sono seduta su una panchina di ferro. Ho tirato fuori dalla borsa un pezzo di focaccia avanzata. L'ho sbriciolato per terra. Lui non l'ha toccato. Poi, senza fretta, si è avvicinato. Mi ha annusato le ginocchia, la borsa, le mani. Ha appoggiato il muso sulla mia coscia, un peso caldo e pesante. Ho sentito le ossa delle mie gambe cedere un poco. E ho capito che non potevo lasciarlo lì.

Al banco mi hanno dato un modulo lungo due pagine. Domande su reddito, metri quadri, altri animali. Ho scritto la verità: 67 anni, pensionata, 70 metri quadri al terzo piano senza ascensore. La signorina dell'ufficio ha aggrottato la fronte. "Sa che un maremmano ha bisogno di almeno tre uscite al giorno? E che se si ammala, le spese veterinarie possono superare i 1200 euro all'anno?" Ho detto: "Lo so." Non era vero. Ma non mi importava.

Elisa mi ha richiamata la sera stessa. Voce alta, come quando era bambina e non voleva mettere il cappotto. "Mamma, sei impazzita? Un cane di quaranta chili? E se ti cade, chi ti aiuta? E se muore, chi lo paga? Tu vivi con 780 euro al mese. Non puoi permetterti un animale." Io ho risposto piano: "Elisa, ho messo da parte 1200 euro per il veterinario. E per il resto, vedremo." Lei è esplosa: "1200 euro! Sono i soldi che ti avevo mandato per la caldaia nuova!" Ho chiuso gli occhi e ho contato fino a tre.

Venerdì mattina ho firmato il contratto di adozione. Lupo non ha voluto salire in macchina davanti. Si è accucciato dietro, sul tappetino. Ogni tanto emetteva un piccolo suono, come un singhiozzo. Non ho acceso la radio. Siamo arrivati a casa a mezzogiorno, mentre il mercato di piazza delle Erbe smontava i banchi. Lupo ha salito i tre piani fermandosi a ogni gradino. Mi sono fermata anch'io, appoggiata al corrimano. Nessuno dei due aveva fretta.

Sabato mattina, presto, il campanello ha suonato due volte. Lupo si è alzato di scatto e ha abbaiato. Una sola volta, profondo. Io ho aperto. Elisa era lì, con la borsa da viaggio. Ha fatto un passo indietro quando ha visto il cane. "Che ci fa qui? Hai già…?" Non ha finito la frase. Lupo si è messo davanti a me, la coda bassa, le orecchie indietro. Non ringhiava. Solo stava lì, come un muro di lana sporca. Elisa ha gettato la borsa sul pavimento. "Torna indietro. Chiama il canile. Non puoi tenerlo."

Ho aperto il cassetto della credenza dove tenevo le bollette. Ho tirato fuori una cartellina blu. L'ho posata sul tavolo, davanti a Elisa. Dentro c'erano: il contratto di adozione firmato dal canile, il passaporto veterinario di Lupo con il mio nome e il mio indirizzo, e la ricevuta dell'acconto di 1200 euro alla clinica veterinaria "San Francesco" di via Roma. Ho appoggiato il dito sulla ricevuta. "Ho firmato, ho pagato, ho registrato. Non c'è niente da discutere."

Elisa ha preso la ricevuta. L'ha letta due volte. Poi ha guardato Lupo, che nel frattempo era rientrato e si era sdraiato ai miei piedi, con il muso sulla mia pantofola. Non ho mai visto mia figlia senza parole. Ha aperto la bocca, l'ha richiusa. Poi ha infilato la ricevuta nella cartellina e l'ha buttata sul tavolo. "E se non ce la fai?" ha detto, ma la voce non era più un grido. Era come se chiedesse il permesso di preoccuparsi. Ho risposto: "Se non ce la faccio, porto giù le scale un gradino alla volta. Ma lui non torna indietro."

Elisa è rimasta mezz'ora. Non ha toccato il caffè che le avevo messo davanti. Alla fine ha preso la borsa. Sulla porta si è girata. "Per il trasporto dal veterinario, chiama me. Ho la macchina. Non voglio che prendi l'autobus con quel coso." Ho detto: "Va bene." Ha chiuso la porta senza sbatterla, e io sono rimasta in piedi con la cartellina blu tra le mani.

Ho chiuso a chiave. Poi mi sono seduta sul pavimento, con la schiena contro il muro freddo. Lupo si è alzato, si è accucciato accanto a me. Ho allungato la mano e ho sganciato il vecchio collare rosso consumato. Sulla medaglietta c'era scritto "Canile di Rubano – n. 47". L'ho appoggiato sul davanzale. Poi ho aperto la busta della mia borsa e ho tirato fuori il collare nuovo, blu, con la targhetta d'ottone: "Lupo – Bruna R." e il mio numero di telefono. Gliel'ho allacciato intorno al collo. Lui non si è mosso. Solo, quando ho finito, mi ha leccato il polso.

Lupo ha chiuso gli occhi e ha appoggiato il muso sulla mia gamba. Fuori, il campanile di Santa Sofia ha battuto le undici. Io sono rimasta lì, a contare i rintocchi insieme a lui.

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