Faccio il notaio a Bergamo da ventisei anni, e in tutto questo tempo ho imparato una cosa: le eredità non dividono mai i soldi, dividono le persone che i soldi li avevano già persi anni prima.
Il signor Renzo Colleoni l'ho conosciuto nel duemilatré, quando venne nel mio studio in via Pignolo per fare testamento. Aveva un'officina meccanica in zona Malpensata, una di quelle vecchie, con l'insegna scrostata e l'odore di olio motore che ti entra nei vestiti. Ci lavorava da solo ormai, da quando il figlio se n'era andato.
Quella prima volta mi raccontò tutto mentre firmava le carte, senza che io gli chiedessi niente. Certe persone hanno bisogno di dirlo a qualcuno, anche se quel qualcuno è solo il notaio che sta timbrando un foglio.
Suo figlio Davide si era laureato in economia nel millenovecentonovantotto. Per il regalo di laurea voleva un'Alfa Romeo GTV che aveva visto da un concessionario sulla provinciale, targata quell'anno, colore rosso. Il signor Colleoni poteva permettersela — l'officina rendeva bene, aveva anche due terreni a Trescore che affittava. Ma il giorno della cerimonia, invece delle chiavi, diede al figlio una Bibbia rilegata in pelle, con il nome inciso in oro sulla copertina.
«Mi ha guardato come se l'avessi schiaffeggiato,» mi disse il vecchio, senza alzare la voce, mentre firmava l'ultima pagina. «Ha detto: hai tutti quei soldi e mi dai questa roba. Poi è uscito e non è più tornato a cena.»
Non tornò più, punto. Ventidue anni, e nessuna telefonata, nessun Natale, niente.
Io in quello studio ho visto arrivare tanta gente con la stessa faccia — quella di chi porta un peso da talmente tanto tempo che ormai non lo sente più come un peso, ma come una parte del corpo. Il signor Colleoni parlava del figlio come si parla del tempo: con distacco, quasi con cortesia. Ma ogni volta che tornava per aggiornare qualche carta — un cambio di indirizzo, una rettifica — mi chiedeva, come per caso, se per caso non fosse arrivata qualche lettera per lui allo studio. Non arrivò mai niente.
L'ultima volta che lo vidi fu nell'ottobre del ventiquattro. Aveva ottantun anni, camminava con il bastone, e portò con sé un pacchetto avvolto in carta da regalo ormai ingiallita agli angoli — la stessa Bibbia, mai più toccata, tenuta per tutti quegli anni in un cassetto della credenza. Mi chiese di annotare nel fascicolo che quell'oggetto doveva restare esattamente dov'era, nella casa di via dei Mille, fino a quando qualcuno non fosse venuto a cercarlo.
Dentro la copertina, tra le prime pagine del Vangelo di Matteo, aveva incollato con lo scotch un mazzo di chiavi. Le vidi io stesso, quel giorno, quando aprì il libro per mostrarmele — voleva essere sicuro che avessi capito, che ci fosse un testimone. Erano le chiavi originali dell'Alfa Romeo, con il cartellino del concessionario ancora attaccato all'anello, la data del ventisette giugno millenovecentonovantotto scritta a penna, e sotto, in stampatello: SALDATO. Aveva comprato l'auto quella mattina stessa, prima della cerimonia. L'aveva pagata e mai ritirata. Il concessionario, mi disse, gliela tenne in magazzino per due anni prima di rivenderla, perché lui continuava a sperare che il figlio tornasse a chiederla.
«Non gliel'ho mai detto,» mi confessò quel giorno, seduto davanti alla mia scrivania con le mani ferme sul bastone. «Dopo il primo mese mi è sembrato tardi. Dopo il primo anno, ridicolo. Dopo dieci, non sapevo più come si comincia una frase così.»
Morì il tredici marzo di quest'anno, di polmonite, in una stanza dell'ospedale Papa Giovanni XXIII dove nessuno andò a trovarlo tranne l'infermiera del turno di notte, che mi raccontò aveva chiesto solo se qualcuno avesse chiamato.
Davide arrivò allo studio undici giorni dopo, per la lettura del testamento. Aveva cinquant'anni, un cappotto grigio ben tagliato, un orologio che costava più della mia macchina. Dirigeva un'azienda di componentistica industriale vicino a Dalmine, mi disse mentre aspettavamo che arrivasse anche il commercialista. Aveva moglie, due figli già grandi. Era tornato in città solo per questo.
Gli consegnai la busta con l'atto di successione: officina, i due terreni a Trescore, il conto corrente. Tutto a lui, unico erede. Firmò senza leggere quasi niente, con la fretta di chi ha un volo o una riunione, o forse solo la fretta di chi non vuole stare troppo a lungo in una stanza piena di carte che parlano di suo padre.
Poi gli diedi il pacchetto. Gliel'avevo tenuto da parte, come da istruzioni.
Lo aprì in piedi, davanti alla mia scrivania, con la faccia di chi si aspetta ancora una delusione — riconobbi quello sguardo, gliel'avevo visto sul viso del padre, anni prima, mentre me lo descriveva. Girò le pagine senza leggerle, quasi meccanicamente, finché il mazzo di chiavi non gli scivolò tra le dita e cadde sul pavimento con un rumore secco.
Si chinò a raccoglierlo. Lesse il cartellino. Rimase in piedi per un tempo che a me sembrò lunghissimo, con quelle chiavi strette nel pugno, la Bibbia aperta sulla mia scrivania alla pagina di Matteo, dove il vecchio aveva sottolineato una riga con la matita, tanti anni prima, e la matita si era consumata proprio lì, sopra quella frase.
Non ho chiesto scusa a nessuno, quel giorno, perché non era compito mio. Ho solo tirato fuori dalla cartellina un secondo foglio, quello che il signor Colleoni mi aveva fatto preparare l'ultima volta che era venuto: la donazione di una somma, quattromila euro, all'associazione di volontariato che portava i pasti a domicilio agli anziani soli del quartiere — la stessa che per tre inverni aveva bussato alla sua porta il martedì e il venerdì, quando ormai non usciva quasi più.
Davide firmò anche quello, in silenzio, con la penna che gli tremava appena. Poi mise le chiavi in tasca — non l'auto, quella non esisteva più da tempo, solo le chiavi — e la Bibbia sotto il braccio, e se ne andò senza dire una parola sul padre, sull'officina, su niente.
Non l'ho più rivisto. Ma qualche mese dopo mi è arrivata una lettera dallo studio del commercialista: Davide aveva ceduto l'officina di via dei Mille a un giovane meccanico del quartiere, un contratto d'affitto a prezzo simbolico, con una clausola che l'insegna dovesse restare la stessa, con lo stesso nome. Non l'ha cambiata. Passo ancora davanti a volte, tornando a casa la sera, e la vedo accesa: COLLERONI MECCANICA, dal millenovecentosettantuno.
